Due cubetti di ghiaccio

Da questa settimana fino al limitare delle sue forze la voce della Pampa disporrà di una rubrica fissa nella quale con ironia ed un po’ di pepe commenterà le prestazioni sportive delle compagini varesine. Il titolo nasce dalla fervida fantasia del gaucho che, al calar della sera, è solito metter del ghiaccio in un bicchiere e gustarsi un tonico ed analizzare con sagacia le prestazioni sportive delle squadre prealpine. Il nome potrebbe far pensare ad articoli di facile lettura, in realtà il ghiaccio sciogliendosi nel tonico e cambiando lo stato , diventa di difficile separazione visiva rispetto alla sostanza iniziale…..

martedì 13 dicembre 2016

Le campane tibetane

Tale era la foschia che fuori ammantava il tetto del Palazzo di Masnago in quella domenica che doveva riconciliare: attese potevan essere vane, un transfert che non può arrivare non può cambiare il giudizio ma spostare solo le attenzioni su tale burocrazia di cui si ignorano le regole.
E dal tetto in quel venerdì antecedente la disfida calda con la Reggio ormai potente, una colomba bianca annunciava serenità a suo dispetto. E se tale non volle volar via ad ogni minimo tentativo, portava sul legno la serenità.

Messaggio che potrà essere letto solo alle 22.30 circa di domenica, dopo che i prodieri si siano erti sulla prua ad ogni piè sospinto, non frenando e non franando di fronte al possibile iceberg emiliano.
Se si parte forte è perché gli uomini son pronti a darsele come nelle stive per menare carbone, a Cervi risponde pronto Anosike per saggiare la durezza del ferro da cui poi saprà trarre preziosi spicchi arancioni.
Non si respira, di qua e di là. La classifica conta poco se paragonata ai galloni di cui qualcuno vedi Maynor può fregiarsi nonostante gli i residui acciacchi cerchino di minarne le abilità. E Moretti ordina la difesa mischiata, che ben confonde le acque in cui tenta di remare la barca del buon Menetti che vorrebbe togliersi di dosso la polvere degli scudetti che si visto scivolare via quando ne sentiva il peso dell’onore.

Reman tutti nella stessa direzione si dirà, quando le offese gratuite fino poco prima volavano nelle orecchie e se le sirene sono ora rosse di vergogna, tale è il vanto di 10 combattenti che non mollan pallone se non perché graffiato dai rivali. Eyenga vola da quella savana di braccia, togliendosi liane di dosso ed assaggiando l’aere per un pubblico estasiato dai suoi numeri circensi. La parità non pare essere di giornata, dato il vantaggio di Varese a metà dell’opera: cinque punti paion pochi per alcune imprudenze, ma nessun regala nulla a questo mondo e scartare i regali è ancora impresa sebbene il Natale incomba.

La ripresa esalta ancor più la confusione, tanto che nelle volate di qua e di là si contano gli errori sgrammaticati e non le imprese, fino a che l’onesto Aradori prende per mano i (suoi) ragazzi e fionda dardi pesanti che tengono i suoi attaccati alle tende varesine. Rumori sinistri paion prossimi alle orecchie dei casalinghi, aiutati dai grigi che volteggiano con intenzioni candide di lasciare spazio alla corrida. E Kangur che di freddo se ne intende, estrae dalla fondina il canestro di Squadra. Si avanza verso i due minuti finali che paiono giocare a tirare verso l’overtime, temendo noi le ansietà di un successo che manca dall’ottobre scorso.

Fischi per fiaschi fan sollevare i calici di Varese, si torna ad assaggiare miele, è il tempo non delle promesse ma dell’amore per chi si segue.



lunedì 10 ottobre 2016

La coda del coniglio

Si alza la tapparella della stagione di Varese nella sua casa gloriosa e splende il sole fuori dal vetro perché le piccoli nubi all'orizzonte che si intravedono sono solo istantanee di un giorno piovoso.

Pronti e si parte con un leggero vantaggio esterno che è solo un refolo ed in un minuto il panettiere inforna per il lungo Eyenga che passa dalla foresta alla montagne per compiere uno slalom speciale visto come si insinua a fianco dei paletti casertani che possono solo cadere per farlo inforcare.
Ed il fresco Anosike si rimbocca i calzari romani e da legionario esegue e cattura le pere cotte che cadono dai cristalli. Il vantaggio rimane in cifra singola, sufficiente per una tranquillità nella lettura del tabellone ed i gomiti che mulinano nelle zone pitturate esaltano il duo torreggiante varesino perché Pelle non lascia nulla d’intentato e le ciliegie le va a raccogliere come preziosi frutti.

Quando si chiude il primo quarto la lettura del segno meno fa pensare allo scorso autunno, ma stavolta l’acqua non è ancora bollita e seppure qualche pixel faccia apparire confuso il messaggio, ben presto i colori biancorossi si stendono come una sfoglia leggera.
Esuberante è il modo ed il sugo lo mette il buon Maynor a cui piace tagliare a fette sottili fornendo ai confratelli palloni facili da trasformare in due punti.

La metà è fatta seppure qualche dubbio si stagli all’orizzonte frutto di ricerche di quadrature del cerchio per chiuder la faccenda in fretta. Lottare per ogni pallone, è il credo ed i ragazzi si sbucciano nella savana, sudando ed aggiungendo un sassolino per volta nella teca.
Poi sale l’intensità ed il battito animale direbbe una nota canzone, lo spettacolo deve andare avanti, seppure non ne risenta perché Varese gioca con la coda tirandola e lasciandola, ed ogni qualvolta i polmoni casertani si riempiono d’aria che li manda in over.

Le gambe si piegano ed i campani si incartano con le mani di Sosa che vuol prendere dalla sua tasca i ricordi di quando 40 e più ne fece anni addietro con Sassari. Il presente è assai diverso poiché i bianconeri sono comparse che devono tenere loro malgrado il palcoscenico.

Solo qualche amnesia fa perdere la coda del coniglio dalle mani di chi sale in giostra. Sui cavalli ci si alza come Pelle, che ferisce le mani avversarie ad ogni scheggia che arriva nel tentativo di sporcare il canestro. Il punteggio sale ed ardue diventano le speranze degli ospiti. Quasi il ventello che chiude la disfida in piena esaltazione. E fra sette giorni il derby di Milano sarà termometro.

venerdì 20 giugno 2014

Il passaggio

L'orologio del mondo arriva senza fusi orari. Cadiamo in piedi quando gli altri lo desiderano, solo le scarpe non possiamo scegliere prima.

giovedì 30 gennaio 2014

Quando a Toronto gli Huskies giocavano a basket


Il primo novembre 1946 è un giorno storico per lo sport del basket americano. Più precisamente in terra canadese, in casa dei Toronto Huskies, si disputa il primo incontro della lega allora denominata BAA, che sarà poi l'embrione dell'attuale NBA. Contro i padroni di casa scendono in campo i New York Knicks sul parquet del Maple Leaf Gardens, casa della compagine di hockey di Toronto e davanti a ben 7090 spettatori, come recitano le cronache dell'epoca. Quella sera chiunque si fosse presentato all'ingresso più alto di George Nostrand, il gigante del team canadese, sarebbe entrato  gratuitamente. La vittoria arrise agli ospiti, dopo che Toronto si era guadagnato il vantaggio fino allo scoccare degli ultimi tre minuti quando i Knicks erano riusciti a ribaltare definitivamente le sorti del match. Da li in avanti la stagione degli Huskies sarebbe stata tutta in salita. Le sconfitte in sequenze ed i debiti che continuarono ad accumularsi costrinsero la dirigenza ad inventarsi qualcosa.

Heyman così provò in tutti i modi ad attrarre i tifosi a venire al palazzo. Grandi pubblicità sui giornali locali, distribuzioni di libri che parlavano del regolamento del gioco, giochi a premio durante le partite, pre partita con incontri fra le squadre delle scuole della città, insomma tutta una serie di iniziative che cercarono di far esplodere la passione del basket in una zona che da sempre vedeva nell'hockey su ghiaccio l'unico sport di squadra che meritasse rispetto. Il fondo fu toccato quando una partita contro Providence registrò sulle tribune appena 500 spettatori.
Nemmeno una piccola striscia vincente nel corso di una stagione fu sufficiente per dare un pò di ossigeno ed il club terminò con un deludente bilancio di 22 vittorie- 38 sconfitte, tanto da etichettarla senza dubbi come una stagione disastrosa. Le promesse della dirigenza di rimanere a Toronto non furono sufficienti: a completare il disastro ci fu una perdita registrata di $215,000 ed una media spettatori di poco sopra le 2000 unità .

Ad un incontro ufficiale della lega, il 27 luglio 1947, la proprietà annunciò la chiusura dei giochi. A metà agosto Perlove, quasi come in un annuncio funebre , dichiarò che "gli Huskies sono un bambino malato alla nascita" e che non vi erano speranze di successo in una località dove i fans si contavano sulle dita di una mano.



Seasons: 1; 1946-47 to 1946-47
Record: 22-38, .367 W-L%

Playoff Appearances: 0
Championships: 0

venerdì 17 gennaio 2014

Go, una mascotte da Hall of Fame



Undici anni erano trascorsi da quando i Phoenix Suns avevano fatto il loro ingresso nello spettacolare mondo della NBA e nessuna mascotte li aveva ancora accompagnati nelle arene degli Stati Uniti. A dir la verità avevano provato ad adottare una margherita, per simboleggiare il caldo dell’Arizona, ma il tentativo non era andato a buon fine, forse troppo buonista per una squadra che doveva conquistare terreno nella pallacanestro targata USA. Poi un giorno d’inverno del 1980 arrivò un telegramma cantato (singing telegram) , tradizione tipicamente anglosassone che consiste nell’inviare una persona che canti per voi una canzone alla vostra amata, ed ordinato da  James Oberhaus, un accanito fan dei Suns. All’Arena si presentò un certo Henry Rojas, vestito da gorilla che, per ordine della Eastern Onion Telegram, entrò nel palazzo per assistere all’incontro. La sicurezza non intralciò il tentativo simpatico di sostenere quella giovane ed orfana squadra dell’Arizona ed anzi invitò il Gorilla a partecipare attivamente alle pause di gioco. E così fece fino a quando l’organizzazione della squadra non chiese a questo tal Rojas di diventare la mascotte ufficiale.
Da quel momento lo scimmione, soprannominato Go, sarebbe diventato l’attrazione principale delle partite, utile ad intrattenere il pubblico con le sue gags con il sottofondo musicale del film Rocky ed effettuare la sua abituale schiacciata prima di tutti gli ultimi quarti tempi di partita. Uno show che rimase nella storia fu quando entrò nel Madison Square Garden sulle note di “New York, New York” di Frank Sinatra, con un cappello in testa e con addosso numerosi pezzi di carta sul vestito.
Henry Rojas, con ben 15 anni di presenza, è iscritto di diritto nella storia americana per essere stata la prima mascotte commediante nello sport professionistico: le sue leggendarie parodie di tifosi, giocatori, allenatori ed arbitri lo videro meritarsi per due volte la presenza all'All Star Game ed il rispetto degli addetti ai lavori. Con il suo modo da consumato attore, il tempismo e la sua presenza sul palcoscenico si è conquistato anche il rispetto delle altre squadre poiché per Rojas iniziò una carriera che lo vide partecipare ad eventi anche di squadre che non fossero i Suns. Da li l'ingresso nella Hall of Fame nel 2005 fu il giusto premio per uno spettacolo che non faceva altro che rendere più umano il basket e le sue interazioni con gli arbitri furono semplicemente fantastiche.
Anche l’Italia ebbe modo di conoscere Go, quando in un primordiale torneo Open, anticipatore di quello che poi si sarebbe chiamato molti anni più tardi Mc Donald’s Open, due squadre americane vennero invitate a partecipare ad un competizione amichevole pre campionato a cui presero parte appunto i Suns, i New Jersey Nets e la triade italica Ciaocrem Varese, Granarolo Bologna e Simac Milano. La sera del 5 settembre 1984 la mascotte seppe stupire il palazzetto di Masnago con i suoi numeri, distraendo così il pubblico venuto ad assistere a quello che era uno spettacolo sui 28 metri per 15 per le stelle americane presenti, che fino a quel momento si potevano vedere solo sugli schermi di Canale 5 la domenica mattina.
Rappresenta sicuramente il leader delle mascotte del mondo a stelle e strisce targato NBA: uno scimmione volante della giungla che sopra le teste degli spettatori delle arene sa entusiasmare con le sue super schiacciate. Ormai un ambasciatore vero e proprio di ciò che vuole essere la pallacanestro americana. Molteplici sono i paesi in cui il Gorilla si è esibito nel corso degli anni: Argentina, Australia, Canada, Cina, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Hong Kong, Messico, Olanda, Norvegia, Spagna, Svizzera e Gran Bretagna, oltre ad aver sconfinato anche in palazzetti durante incontri di baseball o hockey.
Andato in pensione Rojas, a partire dal 1988, Bob Woolf gli subentrò nell'incarico di Gorilla dei Suns e portò avanti le sue perfomances fino al 2006. Poi gli successe dal 2006 al 2012, Devin Nelson. Nell’estate del 2012 vi fu un bando di concorso istituito dai Suns per assegnare il ruolo di Go; queste erano le abilità o caratteristiche richieste dall'organizzazione: Essere un attore di classe e ambasciatore per l'organizzazione dei Phoenix Suns sul terreno di gioco e durante gli eventi ufficiali (incontri per beneficenza presso ospedali, scuole,etc). Continuare con la tradizione del Gorilla "Go" di far ridere le persone, lasciare loro l'ultima impressione positiva e rappresentare il team con orgoglio e passione. E' un lavoro a tempo pieno, pagato e la sua posizione fa riferimento al nostro Vice Presidente, Game Entertainment.

Di lui hanno detto:
"Non c'è mai stato nessuno come l'originale gorilla" - Brent Musberger, telecronista
"Go è semplicemente il migliore!" Darryl Dawkins
"Il miglior intrattenitore nello sport" - Tommy Nunez, arbitro NBA


sabato 11 gennaio 2014

La presenza

Essere-avere un' eterna sfida fra due modi che ci porta spesso ad una lotta interna giorno dopo giorno, per assecondare il desiderio che sale e scende fra i due contendenti. E ciò che non dominiamo è talvolta solo la forza di una delle due, perché soffriamo nel farci travalicare da qualunque sia delle due parti. E a temere la vittoria o la sconfitta non sono io, grazie al tuo Amore che non mi avvolge ma mi fortifica, lasciandomi respirare durante quel cammino che sarà la Vita assieme a Te.

martedì 7 gennaio 2014

Cena tra amici - il Film



Un nome non al’inglese ma un film che incarna la doppia F, filosofia francese che esalta il gioco degli specchi in cui ognuno si ritrova, guardandosi nell’altro in un’analisi volta a capire sé stesso senza volersi cercare. Non ci si deve perdere nel livello della polemica litigiosa che, seppure elevata per il linguaggio colto adottato dai protagonisti, rende vitale il plot.
Il gioco vede le alleanze createsi sull’onda emotiva, ribaltarsi in continuazione grazie allo scorrere veloce delle battute che hanno un rallentamento sull’acme della rivelazione dell’amore fra la madre dei due fratelli ed il musicista single (fino a quel momento), che così esce dallo schema in cui lo avevano rinchiuso i presupposti che lo idealizzavano in un maschio adulto gay e solitario.

Il monologo si esalta nella donna madre che si riabilita ed esce dal guscio dopo un’ora di silenzio assenso utile a calmare le acque spesso agitate di un cena che doveva essere conviviale, come soleva ripetersi da anni in cui il massimo dell’accensione degli animi era legata alle diverse visioni spirituali-economiche degli attori. La famigliarità allargata, facilmente individuabile nell’epoca attuale ma non sempre replicabile, assaggia la negatività dell’intimità che rivela i punti nascosti della vita del musicista attraverso la madre, non più figura materna, ma compagna dello stesso e pertanto trasgressivo rispetto all’amicizia. Il pianto dei bambini, non fantozziano, ma reale, porta alla calma gli astanti ma eleva l’umanità poiché l’amore della madre fa vincere il valore assoluto nella sfida con l’amicizia. Il voyeurismo rimane così alla finestra, senza entrare a far parte di una cena che è condivisione di sentimenti prima che di pensieri.

Titolo originale Le Prénom
Regia         Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Soggetto         Matthieu Delaporte
Sceneggiatura Matthieu Delaporte

Interpreti e personaggi
Patrick Bruel: Vincent
Valérie Benguigui: Élisabeth
Charles Berling: Pierre
Guillaume de Tonquedec: Claude
Judith El Zein: Anna
Françoise Fabian: Françoise
Yaniss Lespert: Fattorino pizza da asporto
Miren Pradier: Infermiera
Alexis Leprise: Apollin
Juliette Levant: Myrtille
Bernard Murat: L'ostetrico

Produzione: Francia, Belgio
Anno produzione: 2012

martedì 26 novembre 2013

Notturno

L'accettazione di sé stessi è la sfida più difficile: spesso ci si odia, talvolta ci si sopporta, raramente ci si comprende.

martedì 25 giugno 2013

Pomeriggio diverso

Quando la luna appare all'orizzonte, è l'ora di scappare

Vale più un soffio sul collo che un'ombra perenne

Esercitarsi alla sofferenza è l'arte che l'uomo apprezza nella solitudine

giovedì 6 giugno 2013

Sakota

Un volo silente, lassù dove nessuno ha fermato il sospiro che in noi è ricaduto.
Ma nulla sarà se oltre non andremo.

venerdì 31 maggio 2013

La mediocrità

La mediocrità è come un cane nella cuccia: quando è forte, tenta di rompere la catena e di dominarci; quando è debole, riposa per recuperare le energie per un nuovo assalto

mercoledì 22 maggio 2013

Aforismi della notte

La confraternita di amici ascolta l'usignolo, l'insieme di persone ama il chiasso

La valanga di parole è amica della solitudine

giovedì 10 gennaio 2013

Il bosco e la sorpresa


Il bosco lo attendeva, passaggio obbligato per giungere alla casa della nonna che di tanto in tanto lo aspettava per preparargli una merenda calda che spesso negli inverni freddi della Scozia lo aiutava a ritemprare la mente. Ma purtroppo, si presentava di solito a mani vuote, poiché l’accoglienza della nonna era per lui sollievo e meta da raggiungere, distogliendolo dal pensiero che un dono avrebbe ricompensato, oltre alle parole, l’affetto della nonna, sola e spessa a letto a causa della sua età ormai avanzata.
La nonna non lo sgridava mai per questa sua mancanza, ma gliene accennava sperando che il nipote capisse la lezione, ovvero che il ricordo della visita durante il cammino lo spingesse volontariamente a farne tesoro. Ma ancora la volta successiva, pur privo di un dono, andava a trovare l’anziana signora, sempre pronta e generosa nel consigliarlo. Fu così che nella visita seguente un episodio speciale lo vide coinvolto; in una giornata molto fredda e salutata dalla neve che scendeva lentamente, addentrandosi nel bosco, inciampò su di un sasso nascosto dalla coltre bianca.
Nulla di grave era accaduto, ma nel rialzarsi una voce lontana e fioca, quasi come un sibilo, lo avvertiva: “La nonna è morta”. Il ragazzo non badò al messaggio, poiché gli parve più come un pensiero che talvolta aveva e proseguì il cammino in maniera tranquilla. Ma ancora cadde ed anche stavolta in maniera accidentale e la voce si rifece sentire, con lo stesso messaggio.
Allora, con una punta di scoramento, prese a cercare l’origine di quella voce misteriosa, seppure la ricerca paresse assurda, poiché la selva era spesso deserta e raramente aveva incontrato qualcuno in passato durante il cammino. E fu così che, quasi carponi, andò in cerca, più di un qualcosa che di una persona, quasi guidato dal pensiero della Nonna, vero riferimento per lui che della voce stessa. E sotto un cumulo di foglie, rimaste stranamente asciutte, trovò un riccio di castagno. La cosa era alquanto strana, l’inverno era ormai iniziato da parecchie settimane, eppure quel riccio si era conservato.
La Nonna, quando la salute l’accompagnava, era solita raccoglierne in buona quantità e poi, assieme al nipote, si divertiva a sgusciarli per preparare caldarroste da mangiare davanti al camino. I ricci però a volte si rivelavano dolorosi per la povera anziana perché le spine si conficcavano facilmente nella pelle debole; tuttavia ciò non era di ostacolo al suo compito, che per lei continuava a essere dimostrazione di affetto verso il nipote.
Fu così allora che egli stesso raccolse quel riccio solitario e volle portarlo con sé, quasi a protezione del messaggio lugubre che aveva ascoltato, con la speranza che la voce appunto fosse solo frutto della sua immaginazione.
Giunto sulla soglia, badò di pulirsi le scarpe, in rispetto alla nonna e bussò, non prima di percepire la mente attraversata da mille sensazioni. La porta si aprì, e il volto del giovane si fece sereno e inebetito allo stesso tempo, forse per la sorpresa forse per il gelo e non salutò la signora che gli era apparsa di fronte. “Cosa porti fra le mani Davide?”, esclamò la Nonna. “Ho trovato questo nel bosco” rispose. “Non lo hai trovato, lo hai portato per condividerlo, a volte non sappiamo riconoscere le nostre azioni e la paura di mostrarci come realmente siamo ci porta a cambiare le parole per evitare l’ignoto. Aprilo, quello dentro è l’Amore, per provarlo bisogna avere il coraggio di rischiare di pungersi”.

lunedì 16 aprile 2012

Perche' non rimanga solo cenere





Ventiquattro ore senza calcio, senza il passatempo preferito degli italiani, che fa disperare o sorridere milioni di tifosi, esperti, qualunquisti, commissari tecnici improvvisati.

La morte di un ragazzo, 25 anni come il suo numero di maglia ci ha senza dubbio colpiti, e polemiche si sono scatenate nell'immediato: soccorsi non immediati a causa di un parcheggio errato, la mancanza di un defribillatore (che bisogna comunque saper usare) e subito una miriade di osservatori che davanti alla TV, vedendo le immagini, si sono trasformati in cardiologi, giudici o infermieri arrivando a sentenze definitive, senza nulla conoscere della realtà.

Poi la vita di questo sfortunato Uomo, e solo dopo giocatore, una volta diventata pubblica, ci ha fatto sentire genitori o fratelli, pensando a quella povera persona che rimarrà sola per il resto dei suoi giorni, oltre modo appesantiti dalla condizione sfortunata in cui vive. Perchè le parole spese abbiano un senso, ed il silenzio del pallone non costituisca unicamente un intralcio, come le vicende di stamattina in Lega fanno pensare, si attivino Federazione e società perchè il calcio minore, quello dei giovani e dei dilettanti puri, sia sempre disputato nelle migliori condizioni di sicurezza possibili.

Solo allora sabato pomeriggio sarà stato l'inizio di qualcosa di nuovo e non un semplice fatto di cronaca.

lunedì 27 febbraio 2012

Colpo al Vertice inossidabile

Questa settimana, anche forse per colpa della carenza di eventi sportivi da me visionati, se si eccettua il big match politico di sabato sera  fra i diavoli e le zebre, vi intratterrò con una critica artistica su un film che ha colpito il mio personalissimo interesse. L’amore per il grande schermo, le luci, i suoni soffusi od esplosivi che fuoriescono dalle casse stereo mi ha portato in una di queste nuove sale, dal fascino di plastica, con le poltrone larghe ed elefantiache, facenti mancare il contatto fisico con lo spettatore viciniore, come te sofferente, per la lotta per il bracciolo necessario ad allietare i gomiti rugosi sul legno vintage.
Una commedia fra le più classiche secondo il cliché francese, Quasi Amici, tradotta nell’italiano dalla lingua d’oec, frutto dell’incrocio non solo razziale , ma anche culturale fra un figlio delle povere colonie d’Africa ed un ricco parigino vip, intellettualmente elevato e patrimonialmente ben sistemato. Un’opera che mette sullo stesso piano, quasi in uno scambio non solo ideale,  la ricchezza e l’umanità sfacciata, priva di pudori e senza peli sulla lingua; mai mostrata nei novanta minuti della pellicola il rancore per la situazione vissuta dal ricco nobile Philippe e la rabbia per l’estrema povertà del figlio del Senegal sfruttato Driss e non ossessionato dalle sue origini.
Nell’episodio del volo con il parapendio, emerge il valore dell’amicizia, superiore ad ogni differenza e totalmente disinteressata, fra quel ragazzo grande e grosso che con la sua forza permette all’intellettuale di superare ogni ostacolo della sua limitata fisicità e riceverne in cambio affetto non condizionato dal sesso come fra un uomo ed una donna.
Si dipana lungo tutto il film una sottile linea incolore ed inodore, che non fa sviluppare le diversità e le dimentica in un cassetto, senza forzare in alcun modo sul dover spiegare con l’uso della trama la difficoltà a doversi avvicinare, due mondi mai in contatto nella Francia di oggi. Oserei direi un film dove il comunismo viene praticato, lo scambio fra i valori e la sicurezza non termina in un abbraccio ma nella capacità di accettare il presente senza rimorsi, dove il denaro non compare mai, e solo lo sfarzo contorna senza troppo aver peso nella vicenda. Intoccabili i valori, ma non le menti.

martedì 14 febbraio 2012

Frecce da spuntare

Ritmo e melodia si sovrappongono sul terreno pressoché perfetto di Masnago, giusto per dei passi di danze sudamericane, tango y samba a seconda degli interpreti. Rivas e Granoche , con il supporto del padron del campo Neto, a solleticare i palati del pubblico varesino, mai a sufficienza caldo, se non semplice e passivo spettatore di movenze d’alta classe che si esprimono in una marcatura sublime dopo pochi giri di lancetta sul non cronometro di Masnago. Neto per un appoggio in profondità su cui Rivas, gaucho perfetto, poggia il suo destro rubando la scena al Divin Diablo, coprotagonista con un quasi velo d’altri tempi. Scende il Varese da questo ottovolante esterno, per salire sul passo impervio della possibile vittoria casalinga, mancante da mesi ormai, come le scadenze del mutuo mai così ravvicinate.
Maran si volge aFre dirigere gli orchestrali come alla Scala, stavolta più invernale che mai, a segnalare un ricordo passato che sovviene ogni volta che i reprobi corrono sul prato sotto le Prealpi. All’attacco miei prodi, come pirati sembrerebbero apparire i giovanotti in maglietta bianca, impavidi e non timorosi di scoprirsi perché sulla mediana il duo alternato Kurtic – Corti pare un due di coppia canottiere, la cui prua arriva sempre per prima e se per caso scivola qualcosa fuori dalla barca, un Grillo difensore mai visto intercetta la vipera Mastronunzio, fermandolo alle soglie del successo personale. Forse troppa facilità ci trascina nell’oblio della gara, incanalata verso i binari di occasioni rapide e susseguenti nel corso dei minuti. Il raddoppio è cosa da piccoli, o forse ci toglierebbe gioia e timori per i restanti frammenti della disfida.
Uomo Vero Maran cambia con saggezza i protagonisti, affaticati e non ancora pronti a novanta minuti di battaglia sul campo pesante; così alter ego si sovrappongono senza modificare la tattica e la mentalità portando in avanti la compagine biancorossa. Se non che i lupi sendono a valle ed offendono sempre più verso l’immacolato Bressan, vogliosi di entrare nella tana per la marcatura della salvezza. Ma gli avanti ospiti, troppo abbandonati come fuscelli di fronte alla tormenta, lasciano alla casualità il possibile colpo gobbo. Così per Walter non è impervio trovarsi il pallone fra le mani centralmente della parità , e poco oltre la vittoria bussa alla porta di Masnago, calda e soffice come il velluto. A presto.

venerdì 27 gennaio 2012

La casa di villeggiatura

I grattacieli contro le villette unifamiliari, i dioscuri greci contro la mobilità fisica europea, l’uomo immagine contro la signorilità, torna la sfida d’alto livello Varese contro Milano, partita negli ultimi anni che ha i visto i varesini vincitori in casa e sconfitti in maniera diversa sul terreno meneghino. Oggi siamo in casa ed il pubblico riempie i vecchi gradoni del Lino Oldrini, oggi comodi seggiolini per un basket che non necessita di arene moderne, ma di calore e fiato sui colli degli avversari. Così sembra oggi fin dalle prime battute, nelle quali il tiro da lunga distanza ci fa sopravanzare in maniera agevole gli uomini di Armani, in striscia pesantemente negativa da un mese circa e che sperano nel derby prealpino di rifare la bocca alla vittoria.
Ma dalle labbra dei varesini scende solo tanta bava,quella che deriva dai morsi alla bestia enorme che non fa paura se viene aggredita. E Diawara di fame ne ha tante, affondare nel canestro ospite lo esalta ed insieme a lui tutto il pubblico di casa mentre i tifosi avversari giungono a mo di protesta, quasi più contenti se anche oggi l’amaro calice venisse bevuto fino al’ultima goccia. Ma la terna grigia, di nome e di fatto permette i riaggancio ad una Milano che se non avesse la sfrontatezza inelegante di Rocca sarebbe già sotto coperta, cos’ tanto in tema in queste settimane. Il marine semi-italiano non è un campione di tecnica, ma di coraggio ne ha da vendere e nell’affrontare l’orso estone Talts le mani diventano armi pesanti da usare per riagganciarsi alla maniglia. Il nuovo arrivato di maniglie se ne intende, avendo appena posato quella della valigia proveniente dalla lontana Polonia e fresco e guizzante dribbla come i finanzieri per uno spallone i difensori meneghini, solo la sfortuna lo vede premiato in un’occasione, ma quanto a coraggio e sfrontatezza non teme confronti con l’imberbe ed ormai ex giocatore sotto le montagne Hurtt, ormai destinato ad usare il binocolo per assaggiare il campo 28 x 14 e più propenso a passare borracce o ascoltare parole per lui vuote di significato da coach Recalcati.
Toglie i cerotti pure il finnico Ranniko, con le sue ginocchia cagionevoli ma necessariamente abili, e l’orgoglio di Fajardo, ormai stanco da mille battaglie ma pronto a stillare ancora una goccia di sudore in più per la squadra ed i compagni e arrivare alla pausa in quasi equilibrio potrebbe essere l’ultimo momento di felicità. Per chi non si sa, perché alla ripresa Varese piega le ginocchia in maniera completa, solo 4 i punti saranno quelli segnati da Milano, gli arbitri cominciano a concedere qualunque cosa ed i varesini, intuendolo, cominciano a graffiare ed affondare i denti nelle carni tenue. Le lacrime poi le fa sgorgare quell’atleta splendido che è Diawara, a cui appendersi è facile, ma solo per lasciare i capelli ed aggiungere penalità sul tabellone dei falli. Solo la mira da oltre l’arco dei milanesi permette di tenere aperta una partita che sotto l’aspetto caratteriale è segnata. Il Palazzo canta vecchi cori , d’antan, così come le facce di Scariolo e soci, vecchi ed abituati alla batosta. Varese alza le mani e gli occhi agli stendardi sul soffitto, un’altra medaglia è appesa al petto e cominciamo a divertirci. A presto.

martedì 24 gennaio 2012

Il Tacco forte

Un Varese morsicato dal galletto pugliese nell’ultimo sabato di campionato, scende nel tacco d’Italia per prendere a scarpate un Crotone malandato, reduce da un triplo secco e la panca di Menichini scotta assai, quasi come l’Etna pronto ad esplodere. E di Sicilia sente il profumo degli aranci il granatiere Terlizzi, che nella lontana Trinacria trovò negli ani passati anni splendidi, ricchi di gloria e forieri di denaro sonante per più ambite piazze. Dopo la sfuriata settimanale di Patron Rosati, gli uomini più che Maran sono consci che ben altro è il gioco del Varese e lontano dalle Prealpi si dimenticano i rancori e si getta nel rettangolo verde dinamismo e spritz puro, sulle fasce Pettinari in corsa sempre Bolt, portandosi pure la sfera al piede mentre Carrozzo forse per l’ultima alla chetichella si divincola facilmente degli avversari con il suo incedere inclinato.
Così le occasioni si contano per la banda maraniana e giustappunto il già citato Terlizzi sente la porta con il suo radar fissato nelle parti alte del corpo. Alla prima non va, alla seconda da corner sfodera un colpo forte che lascia Belec orfano della sfera per il vantaggio ospite assolutamente meritato. Una mezzora molto buona e concreta, dove il minimo scarto è ben più pesante nella dimostrazione di gioco, ordine e pulizia direbbero nelle sfere dei piani alti, in difesa le colonne d’Ercole non lasciano uno spillo fuoriuscire, Cahil che nelle ultime sfide ci aveva fatto soffrire sembra indifeso e timoroso e a centrocampo un Damonte cortiano si getta nel fango senza voler apparire, lasciando a Kurtic i titoli e gli onori.
Entrare nella seconda frazione non pare pericoloso, solo l’uscita di Neto precedentemente ci aveva fatto temere per un’involuzione ma Martinetti si mostra aquila rapace come al solito, catturando tutto ciò che vola oltre la sua testa.
E solo spingendo si può arrivare alla gloria, direbbe un rimorchio senza la sua motrice, pertanto la zanzara De Luca punzecchia gli ospiti con il suoi piedini magici e se sul primo tiro il guardiano calabrese si supera spingendo oltre la linea la sua percussione, nel secondo caso ci pensa un difensore a tagliare le speranze per la marcatura, andando oltre le righe in quanto le maniere forti sono la maniera con cui viene fermato il 91 biancorosso.
E sul dischetto il giusto Carrozza spinge secco e centralmente il pallone per darci la seconda gioia e farci alzare fin troppo presto i calici; qui sembra finire la venuta dei garibaldini in terra straniera e lo sbarco dei Mille appare lieto fino a che allo scadere la giovane speranza rossoblù da fiducia ulteriore anche a Mister Menichini, già pronto ad alzarsi per lasciare la sedia ad altri. Illusione pura, oggi il Varese è padrone in terra aspromontiana e sulle montagne ci salgono i varesini, ma son quelle della classifica.
A presto

Lisbona day