Due cubetti di ghiaccio

Da questa settimana fino al limitare delle sue forze la voce della Pampa disporrà di una rubrica fissa nella quale con ironia ed un po’ di pepe commenterà le prestazioni sportive delle compagini varesine. Il titolo nasce dalla fervida fantasia del gaucho che, al calar della sera, è solito metter del ghiaccio in un bicchiere e gustarsi un tonico ed analizzare con sagacia le prestazioni sportive delle squadre prealpine. Il nome potrebbe far pensare ad articoli di facile lettura, in realtà il ghiaccio sciogliendosi nel tonico e cambiando lo stato , diventa di difficile separazione visiva rispetto alla sostanza iniziale…..

lunedì 27 febbraio 2012

Colpo al Vertice inossidabile

Questa settimana, anche forse per colpa della carenza di eventi sportivi da me visionati, se si eccettua il big match politico di sabato sera  fra i diavoli e le zebre, vi intratterrò con una critica artistica su un film che ha colpito il mio personalissimo interesse. L’amore per il grande schermo, le luci, i suoni soffusi od esplosivi che fuoriescono dalle casse stereo mi ha portato in una di queste nuove sale, dal fascino di plastica, con le poltrone larghe ed elefantiache, facenti mancare il contatto fisico con lo spettatore viciniore, come te sofferente, per la lotta per il bracciolo necessario ad allietare i gomiti rugosi sul legno vintage.
Una commedia fra le più classiche secondo il cliché francese, Quasi Amici, tradotta nell’italiano dalla lingua d’oec, frutto dell’incrocio non solo razziale , ma anche culturale fra un figlio delle povere colonie d’Africa ed un ricco parigino vip, intellettualmente elevato e patrimonialmente ben sistemato. Un’opera che mette sullo stesso piano, quasi in uno scambio non solo ideale,  la ricchezza e l’umanità sfacciata, priva di pudori e senza peli sulla lingua; mai mostrata nei novanta minuti della pellicola il rancore per la situazione vissuta dal ricco nobile Philippe e la rabbia per l’estrema povertà del figlio del Senegal sfruttato Driss e non ossessionato dalle sue origini.
Nell’episodio del volo con il parapendio, emerge il valore dell’amicizia, superiore ad ogni differenza e totalmente disinteressata, fra quel ragazzo grande e grosso che con la sua forza permette all’intellettuale di superare ogni ostacolo della sua limitata fisicità e riceverne in cambio affetto non condizionato dal sesso come fra un uomo ed una donna.
Si dipana lungo tutto il film una sottile linea incolore ed inodore, che non fa sviluppare le diversità e le dimentica in un cassetto, senza forzare in alcun modo sul dover spiegare con l’uso della trama la difficoltà a doversi avvicinare, due mondi mai in contatto nella Francia di oggi. Oserei direi un film dove il comunismo viene praticato, lo scambio fra i valori e la sicurezza non termina in un abbraccio ma nella capacità di accettare il presente senza rimorsi, dove il denaro non compare mai, e solo lo sfarzo contorna senza troppo aver peso nella vicenda. Intoccabili i valori, ma non le menti.

martedì 14 febbraio 2012

Frecce da spuntare

Ritmo e melodia si sovrappongono sul terreno pressoché perfetto di Masnago, giusto per dei passi di danze sudamericane, tango y samba a seconda degli interpreti. Rivas e Granoche , con il supporto del padron del campo Neto, a solleticare i palati del pubblico varesino, mai a sufficienza caldo, se non semplice e passivo spettatore di movenze d’alta classe che si esprimono in una marcatura sublime dopo pochi giri di lancetta sul non cronometro di Masnago. Neto per un appoggio in profondità su cui Rivas, gaucho perfetto, poggia il suo destro rubando la scena al Divin Diablo, coprotagonista con un quasi velo d’altri tempi. Scende il Varese da questo ottovolante esterno, per salire sul passo impervio della possibile vittoria casalinga, mancante da mesi ormai, come le scadenze del mutuo mai così ravvicinate.
Maran si volge aFre dirigere gli orchestrali come alla Scala, stavolta più invernale che mai, a segnalare un ricordo passato che sovviene ogni volta che i reprobi corrono sul prato sotto le Prealpi. All’attacco miei prodi, come pirati sembrerebbero apparire i giovanotti in maglietta bianca, impavidi e non timorosi di scoprirsi perché sulla mediana il duo alternato Kurtic – Corti pare un due di coppia canottiere, la cui prua arriva sempre per prima e se per caso scivola qualcosa fuori dalla barca, un Grillo difensore mai visto intercetta la vipera Mastronunzio, fermandolo alle soglie del successo personale. Forse troppa facilità ci trascina nell’oblio della gara, incanalata verso i binari di occasioni rapide e susseguenti nel corso dei minuti. Il raddoppio è cosa da piccoli, o forse ci toglierebbe gioia e timori per i restanti frammenti della disfida.
Uomo Vero Maran cambia con saggezza i protagonisti, affaticati e non ancora pronti a novanta minuti di battaglia sul campo pesante; così alter ego si sovrappongono senza modificare la tattica e la mentalità portando in avanti la compagine biancorossa. Se non che i lupi sendono a valle ed offendono sempre più verso l’immacolato Bressan, vogliosi di entrare nella tana per la marcatura della salvezza. Ma gli avanti ospiti, troppo abbandonati come fuscelli di fronte alla tormenta, lasciano alla casualità il possibile colpo gobbo. Così per Walter non è impervio trovarsi il pallone fra le mani centralmente della parità , e poco oltre la vittoria bussa alla porta di Masnago, calda e soffice come il velluto. A presto.

venerdì 27 gennaio 2012

La casa di villeggiatura

I grattacieli contro le villette unifamiliari, i dioscuri greci contro la mobilità fisica europea, l’uomo immagine contro la signorilità, torna la sfida d’alto livello Varese contro Milano, partita negli ultimi anni che ha i visto i varesini vincitori in casa e sconfitti in maniera diversa sul terreno meneghino. Oggi siamo in casa ed il pubblico riempie i vecchi gradoni del Lino Oldrini, oggi comodi seggiolini per un basket che non necessita di arene moderne, ma di calore e fiato sui colli degli avversari. Così sembra oggi fin dalle prime battute, nelle quali il tiro da lunga distanza ci fa sopravanzare in maniera agevole gli uomini di Armani, in striscia pesantemente negativa da un mese circa e che sperano nel derby prealpino di rifare la bocca alla vittoria.
Ma dalle labbra dei varesini scende solo tanta bava,quella che deriva dai morsi alla bestia enorme che non fa paura se viene aggredita. E Diawara di fame ne ha tante, affondare nel canestro ospite lo esalta ed insieme a lui tutto il pubblico di casa mentre i tifosi avversari giungono a mo di protesta, quasi più contenti se anche oggi l’amaro calice venisse bevuto fino al’ultima goccia. Ma la terna grigia, di nome e di fatto permette i riaggancio ad una Milano che se non avesse la sfrontatezza inelegante di Rocca sarebbe già sotto coperta, cos’ tanto in tema in queste settimane. Il marine semi-italiano non è un campione di tecnica, ma di coraggio ne ha da vendere e nell’affrontare l’orso estone Talts le mani diventano armi pesanti da usare per riagganciarsi alla maniglia. Il nuovo arrivato di maniglie se ne intende, avendo appena posato quella della valigia proveniente dalla lontana Polonia e fresco e guizzante dribbla come i finanzieri per uno spallone i difensori meneghini, solo la sfortuna lo vede premiato in un’occasione, ma quanto a coraggio e sfrontatezza non teme confronti con l’imberbe ed ormai ex giocatore sotto le montagne Hurtt, ormai destinato ad usare il binocolo per assaggiare il campo 28 x 14 e più propenso a passare borracce o ascoltare parole per lui vuote di significato da coach Recalcati.
Toglie i cerotti pure il finnico Ranniko, con le sue ginocchia cagionevoli ma necessariamente abili, e l’orgoglio di Fajardo, ormai stanco da mille battaglie ma pronto a stillare ancora una goccia di sudore in più per la squadra ed i compagni e arrivare alla pausa in quasi equilibrio potrebbe essere l’ultimo momento di felicità. Per chi non si sa, perché alla ripresa Varese piega le ginocchia in maniera completa, solo 4 i punti saranno quelli segnati da Milano, gli arbitri cominciano a concedere qualunque cosa ed i varesini, intuendolo, cominciano a graffiare ed affondare i denti nelle carni tenue. Le lacrime poi le fa sgorgare quell’atleta splendido che è Diawara, a cui appendersi è facile, ma solo per lasciare i capelli ed aggiungere penalità sul tabellone dei falli. Solo la mira da oltre l’arco dei milanesi permette di tenere aperta una partita che sotto l’aspetto caratteriale è segnata. Il Palazzo canta vecchi cori , d’antan, così come le facce di Scariolo e soci, vecchi ed abituati alla batosta. Varese alza le mani e gli occhi agli stendardi sul soffitto, un’altra medaglia è appesa al petto e cominciamo a divertirci. A presto.

martedì 24 gennaio 2012

Il Tacco forte

Un Varese morsicato dal galletto pugliese nell’ultimo sabato di campionato, scende nel tacco d’Italia per prendere a scarpate un Crotone malandato, reduce da un triplo secco e la panca di Menichini scotta assai, quasi come l’Etna pronto ad esplodere. E di Sicilia sente il profumo degli aranci il granatiere Terlizzi, che nella lontana Trinacria trovò negli ani passati anni splendidi, ricchi di gloria e forieri di denaro sonante per più ambite piazze. Dopo la sfuriata settimanale di Patron Rosati, gli uomini più che Maran sono consci che ben altro è il gioco del Varese e lontano dalle Prealpi si dimenticano i rancori e si getta nel rettangolo verde dinamismo e spritz puro, sulle fasce Pettinari in corsa sempre Bolt, portandosi pure la sfera al piede mentre Carrozzo forse per l’ultima alla chetichella si divincola facilmente degli avversari con il suo incedere inclinato.
Così le occasioni si contano per la banda maraniana e giustappunto il già citato Terlizzi sente la porta con il suo radar fissato nelle parti alte del corpo. Alla prima non va, alla seconda da corner sfodera un colpo forte che lascia Belec orfano della sfera per il vantaggio ospite assolutamente meritato. Una mezzora molto buona e concreta, dove il minimo scarto è ben più pesante nella dimostrazione di gioco, ordine e pulizia direbbero nelle sfere dei piani alti, in difesa le colonne d’Ercole non lasciano uno spillo fuoriuscire, Cahil che nelle ultime sfide ci aveva fatto soffrire sembra indifeso e timoroso e a centrocampo un Damonte cortiano si getta nel fango senza voler apparire, lasciando a Kurtic i titoli e gli onori.
Entrare nella seconda frazione non pare pericoloso, solo l’uscita di Neto precedentemente ci aveva fatto temere per un’involuzione ma Martinetti si mostra aquila rapace come al solito, catturando tutto ciò che vola oltre la sua testa.
E solo spingendo si può arrivare alla gloria, direbbe un rimorchio senza la sua motrice, pertanto la zanzara De Luca punzecchia gli ospiti con il suoi piedini magici e se sul primo tiro il guardiano calabrese si supera spingendo oltre la linea la sua percussione, nel secondo caso ci pensa un difensore a tagliare le speranze per la marcatura, andando oltre le righe in quanto le maniere forti sono la maniera con cui viene fermato il 91 biancorosso.
E sul dischetto il giusto Carrozza spinge secco e centralmente il pallone per darci la seconda gioia e farci alzare fin troppo presto i calici; qui sembra finire la venuta dei garibaldini in terra straniera e lo sbarco dei Mille appare lieto fino a che allo scadere la giovane speranza rossoblù da fiducia ulteriore anche a Mister Menichini, già pronto ad alzarsi per lasciare la sedia ad altri. Illusione pura, oggi il Varese è padrone in terra aspromontiana e sulle montagne ci salgono i varesini, ma son quelle della classifica.
A presto

Lisbona day





mercoledì 18 gennaio 2012

Il Galletto canta

Un sabato che doveva servire a ricordare un ragazzo purtroppo ben presto spentosi, diventa pomeriggio infame e codardo, con i biancorossi timidi ed inoffensivi, teste scariche e piedi imprecisi nell’appoggiare anche lateralmente e nulla si può dire del campo, che ricorda anni di fango passati in divisioni ben più inferiori simili ai gironi dell’inferno da cui si è risaliti con mille difficoltà.
Dal tavoliere arrivano dei galletti spennati, con difficoltà di pecunia che non puzzano fino a che arrivano dai Matarrese, a cui i petroldollari russi sembrano assai pericolosi per altri incroci e le personalità giovani che i pugliesi san mostrare in campo valgono il biglietto perché Caputo sarà anche veloce e fortunato nel sorprendere Figliomeni la cui dimenticanza dal campo lo fa sembrare utile per un match pasquale. Pertanto sfilargli la sfera e sottrarlo ai suoi doveri di difensore pare come il gioco della morra, aspettando la prima mossa avversaria e se Bressan si protende alla sua sinistra, lo può fare in maniera plastica per vedere una sfera che rotola sul palo opposto. Mancano ancora ottanta minuti, distanza ben lunga per gli uomini di Maran, sempre pronto a prendersi rivincite contro le sue ex squadre e che sente le sfide molto più di tanti appassionati. Il calore che il mister espone visivamente non lucida le teste varesine, forse alcolizzate dai brindisi post Genova. Trovare un protagonista che sia di marca varesina sembra una caccia al tesoro su cui nessuno vuole rischiare di perdere tempo ed allora gustiamoci questi gioielli pugliesi a cui da chioccia lo scozzese Donati porge le mani per tenerli uniti e sembrare difensore di stazza e riorganizzatore di gioco.
Un paio di occasioni per noi nella prima frazione, su cui il Cellini appone il marchio (non il Marco), senza forzare di sciabola ma di fioretto, tanto è che Lamanna si ritrova la sfera fra le braccia senza troppo sudare.
Allora la camminata veloce di Maran verso gli spogliatoi sembra preannunciare muri che tremano di fronte a Corti e soci, per cui l’attesa di 15 minuti ci pare ben aspettata. Ma gli attori non sono i registi ed il copione si ripete se non per una fugace fuga di De Luca il cui tiro fa alzare le braccia non per la segnatura ma per la delusione. La zanzara è li per pungere da subito, tormentando i sogni dei baresi per quello che poteva essere e non sarà, perché i galletti grideranno ancora una seconda volta dopo Bressan catapulta su di sé le attenzioni per delle strepitose bocciature dei sogni di alcuni baresi ma non per Stoian, osservato dagli scouts di serie A ma non degli estremi di Varese che lo lasciano staffilare senza opposizione da dentro i sedici metri fatali.
Così se ne va l’ennesimo pomeriggio casalingo non sorridente, c’è ben altro ma siam li a considerarli per il ruolo che hanno, guardiamo la classifica e avanti tutta con forza.
A presto.

lunedì 9 gennaio 2012

Porto senza Faro

Solitari in trasferta verso la patria del calcio italiano, in quel di Genova dove nel 1800 e pico fu creato il Genoa Cricket Club, mentre i colori blucerchiati videro la luce nel secondo dopoguerra grazie ad una parola tanto cara al mondo moderno, fusione e non nucleare per fortuna, ma sempre incline ad essere poco allegra perché fa perdere i valori originari mischiandoli nel mare magnum delle idee.
Così il Varese del costruttore Rosati, ben conoscitore di questo porto non delle nebbie ma degli affari, porta i suoi uomini, ancora un poco sperduti, ad affrontare una nobile decaduta che tenta faticosamente di risalire i perigli della classifica e sebbene il cambio in panca non abbia portato sconfitte, ancor non si vede grinta nei garretti sampdoriani.
E si dimostra così per almeno un tempo classico, quelle delle mele da cogliere che prima Neto e poi Nadarevic lascian cadere senza coglierne al volo l’opportunità. Gli opposti, ostici quanto basta nella loro difesa, paiono spaventati dalla muraglia umana delle due curve a loro care, propense a fischiare e non ad incitare, lasciandoci amaro in bocca perché quella folla non sia attenta a stimolare quanto ad appesantire il clima.
Tali occasioni ci amareggiano perché pensando alla seconda frazione temiamo di essere spazzati via dall’iceberg , rimasto in quei minuti sott’acqua per alleggerirci il peso del viaggio, seppure il caldo vento ligure ci abbia accolti fra le sue braccia, e quasi portando sabbia nei nostri occhi, per lasciarci risvegliare poco prima delle cinque, in tempo per leggere un risultato negativo sul tabellone.
Aspettiamo allora intrepidi ciò che verrà, sicuri che i vani attacchi biancorossi verranno respinti e in un sol boccone la marea blucerchiata ci risvegli dal sogno di trent’anni fa, quando in analoga partita gli uomini dell’allora Colantuoni furono stregati dalla nebbia e da qualcosa che non fu mai chiaro ai vertici arbitrali. Scorrono i minuti sul cronometro, e non sembra interessare che passino veloci, semmai sembra che il piacere possa finire fra poco e per cui ogni folata offensiva pare un pugnale estratto per colpire la nostra carogna facendoci gridare alla luna. Un poco la voglia blucerchiata sembra sopita, ma da notare come il centrocampo prealpino alzi le barriere come le palizzate a difesa dei bagnanti in riva nella notte di luna piena e sanguigni Corti e Terlizzi chiudono con differente maestria, lasciando nel fossato i Bertani e i Palombo, pigmei di fronte alla classe operaia che va in Paradiso.
Allora il richiamo della foresta fa destare la voce di Maran, lucido e cosciente che nulla va fermato e ciò che si crea vale per novanta minuti, così i suoi cambi sembrano colpi di bacchetta portentosi ed onesti, non mago quanto caparbio stratega che accerchiando gli imbelli genovesi, fa sembrare una piroetta di Carrozza ed un soffice colpo di Damonte poesia per un qualcosa che rimarrà nella storia calcistica di Varese. Notte.

mercoledì 16 novembre 2011

La corda del buttero vanamente in caccia

Un pentagono di gol e piaceri sadici ci regala la domenica di metà novembre nella Maremma toscana di fronte ad altrettanto biancorossi, questi più convinti di poter aspirare alla serie maggiore, secondo i voleri del loro Presidente vulcanico. Ma reduci da un sabato di festa, dove tale volontà di apparire e di piacere si è tramutata in disfatta e resa, forse definitiva, i maremmani aprono squarci nella loro barca in cui infilarsi diventa più divertente rispetto ad un filo nella cruna dell’ago.
Mister Giannini perde anche gli ultimi capelli rimasti sul suo cuoio, quando i suoi vedono il cuoio, quello di pelle plastificato, entrare nella propria porta e tale divario è ancor più accentuato dalla totale incapacità di offendere, poiché il solo Sforzini appare oggi giocatore di categoria mentre i suoi compagni, forse spaesati, paiono bambini in festa all’oratorio domenicale.
Maran aveva chiesto di tornare a fare punti e qui si vede molto di più di semplici scalate in classifica generale, i varesini paiono rifarsi sui poveri grossetani di tanti gol falliti fin qui e quando si vede un Cellini abile a sfruttare un contropiede partendo da meta campo, vanamente rincorso da un difensore, pare essere il Natale della Resurrezione per il povero Marco, restio ad alzare le braccia causa le scarse marcature realizzate. E siamo già sul 3-0 per noi, dopo che in pochi istanti di gioco prima Martinetti, su un mirabile assist di Pucino che dopo aver sombrerato il suo marcatore, poneva sulla testa del romano de Roma un pallone che era splendidamente portato nella rete avversaria con un colpo di testa a volo d’angelo. E appena il tempo di rimettere la sfera nel cerchio di centrocampo, il buon Carrozza s’inventava un golazo dopo dribbling secco sparando sotto l’incrocio. Un due tre e invece di alzare la testa, si alzano ancora le braccia quando Zecchin pare inventare un gol da Subbuteo, al momento in cui l’estremo di casa accenna ad una mossa di wrestling cadendo su Martinetti e rimanendo per le terre mentre il pibe veneto azzecca la porta sguarnita per la sua prima segnatura quest’anno.
Poi sul più bello quando in genere la festa finisce, ancora Cellini la spinge in fondo al sacco e dagli spalti paiono provenire più che fischi, generici mormorii di protesta, come quando la pellicola al cinema s’inceppa e lo spettacolo non prosegue. Quando una squadra è intelligente, porta rispetto di fronte a dei bambini che il pallone non l’hanno mai visto in 45 minuti e così, basta solo proporre il caparbio Nadarevic, dopo un recente infortunio, goloso altrettanto di marcare per tenere alta la palla in una seconda frazione che deve servire solo a far trascorrere mestamente, per gli altri, il tempo. Tanto è che lo stesso bosniaco riesce ad accendere gli animi grossetani, pur poco infuriati per la solenne scoppola casalinga, e forse più per qualche parola di troppo e si rende necessaria la marcatura del bestione Sforzini per scaldare i tiepidi cuori Maremmani, a tal punto che vedere rincorrere una sfera in fondo alla porta serve a rendere triste questa smanceria.
Di più il Grosseto non riesce a mostrare oggi, ed i suoi carri armati rimangono nella scatola del Risiko, mentre questa sera vedremo una graduatoria di fede biancorossa che ci allieta e ci inorgoglisce.
A Grosseto i cinghiali non vedono ghiande. A presto.

martedì 18 ottobre 2011

La notte dei senza paura

In una notte lunare, i bianco scusati padovani si avvicinano temerari alle Prealpi convinti di mangiare in un solo boccone gli spauriti biancorossi, che seppure stiano avendo delle flebo da un paio di trasferte, si trovano alla prova vera di un’avversaria di rango. L’attacco varesino deve dimostrare che i gol sono ormai cosa naturale mentre la difesa deve affrontare mitragliatrici vere, gente da serie superiore e con diversi colpi in canna. Neto ancora è nelle retrovie, incapace di scendere in trincea causa i suoi guasti fisici, abituato come è a visitare sale mediche e non aree avversarie, così Cellini ci appare in campo, quel numero 21 che sembra poca roba di fronte ai colossi patavini pronti a mangiarselo. Maran per l’esordio casalingo si fa guerriero, in tuta, per fornire contributo atletico ai suoi visto che ne han bisogno fin da subito nell’inseguire sulle fasce gli scorrazzatori veneti.
Nella sfida con il giovane trainer ospite, Maran punta sulla battaglia e la corsa e sembra anche andargli bene perché quando i padovani superano ogni barriera, arriva il vigile Bressan a fermare ogni sfera pericolosa verso i legni biancorossi. E quando usciamo dalla nostra meta campo, nelle due occasioni sul finire del primo tempo , Nadarevic e soprattutto Cellini sono ispiratissimi nel cercare la gloria oltre la meta, e solo per imprecisioni di centimetri non si arriva ad un vantaggio che per ora è ancora immeritato.
Finora è stata sempre la ripresa delle ostilità ad esserci alquanto fatale nelle due disfatte casalinghe e temiamo che la contraerea varesina non sappia più tenere fermi gli avanti ospiti, fra i quali le serpentine di Cutolo e le manovre di Cacia potrebbero ben presto farci molto male. D’altronde Camisa è pur sempre leggero nei contrasti aerei e su palla a terra Dio c’è ne scampi nel far si che non prenda le caviglie avversarie, mentre Cacciatore pare furtivo nell’aspettare che la volpe si allontani dall’albero e sul primo corner sembra un Parola da figurine Panini nella mezza rovesciata a terra, per depositare l’uva dolce della marcatura dopo appena sei minuti.
Le sentinelle ci fan temere un assalto all’arma bianca ospite, anzi i pompieri della nostra difesa ben spengono subito ogni iniziativa con classe ed in mezzo al campo Kurtic domina una linea mediana ospite di grande livello rendendola impalpabile. Se la palla rimane spesso nei nostri piedi è anche merito di un Martinetti sacrificato a far sponda per tutti, permettendoci di respirare ed anzi veniamo rincorsi largamente sulle ali con insuccesso da parte degli ospiti, non stanchi ma deboli nella corsa. Appena esce lui, vi è Carrozza che pare spento dopo un’annata splendida, quasi da cigno nel balletto pronto a morire sulla scena e l’occasione appare ghiotta per ritornare vivo sullo stage. Così fa subito dai primi tocchi in punta di piedi, sguizzante fra le file difensive ospite e palloni comodi comodi giungono verso la porta padovana, sui quali i nostri avanti si catapultano ma senza la giusta conclusione. E su un pallone mortifero arriva invece il momento giusto, dove Cellini pronto e rapace cattura la sfera su un rilancio del nostro Bressan e steso dal portiere viene.
Dalla panchina Maran si alza ad indicare il tiratore, e proprio Lui viene scelto, e deciso declina verso il dischetto, con tanti pensieri nella testa ma sul pallone li  scaglia tutti violentemente per il nostro raddoppio.
Un’odissea che pare essere terminata, per il nostro e per la squadra, visto che dopo un paio di giri sull’orologio, lo slavo terribile Kurtic getta una sassata sotto l’incrocio per un goal sacrosanto.
Così finì un’epoca, ma lo scrivente ancora non si fida.
Alla Prossima!!!

giovedì 13 ottobre 2011

Doppia Doppia

Nella terra del tessuto, il Varese di Maran neo assunto si dispone per tessere una tela di possibili vittorie, provando a scalare una classifica avara di soddisfazioni e piena di insuccessi parziali e morali. Se nel pre - partita il cristallo di Neto si rompe appoggiandosi alla verde erba fiorentina, il Martinetti prova a volare sul campo di un Empoli che piange anch’esso per i pochi punti presi. Su questo fronte l’arma di Tavano pare incutere tremori nella difesa biancorossa , ma sarà lui stesso a spuntare la colt che ha nel piede e a lasciare sul terreno le gioie. Ma vediamo come si dipanano le vicende.
Si parte con Terlizzi rimasto sulla Prealpi ed il buon capitan Camisa ancora fra gli undici titolari, come ad aver vinto alla lotteria il primo premio ed i suoi limiti spesso ci fanno correre timori anche forse troppo ingiustificati. Sul primo lancio lungo di un improvvisato regista Corti, la nostra prima punta vola come un falco a cogliere la preda furtivamente ed un rimpallo favorevole lo porta davanti al guardiano ospite, fino a trafiggerlo con un dardo impietoso. Uno a zero per noi ed il vantaggio è meritato per la grinta mostrata, senza nessun rancore per un campo come quello di Empoli che la storia ormai passata ci ha rivelato essere nemico e fonte di brutti ricordi. Sennonché gli uomini di mister Maran si rintanano, superbi di un centrocampo magnete nei piedi del biondo lecchese e di offensore dello slavo Kurtic, pronto sempre al tiro con una castagna che in questo mese prima o poi cadrà dall’albero nella rete ospite. Eppure la difesa sembra un po’ svagata, dimostrando di flettersi fin troppo ed è appunto forse l’inerzia di Buscè, attaccante aggiunto a colpire il nostro incolpevole Bressan su un corner che giunge dopo un attacco pressante per dieci minuti. Così si riequilibra il punteggio, ma non l’andamento perché rinculiamo eccessivamente ostaggi di fronte solo ad un Tavano, stella di casa che ci fa paura come un omone nascosto dietro una siepe che appare al calar del sole.
All’ultimo secondo ecco l’uomo della Provvidenza, che si spaventa lui steso di fronte a Bressan, dopo che la trincea scavata davanti alla nostra porta viene saltata come di palo in frasca. Ma la fortuna pare aver svoltato direzione ed il buon centravanti empolese si emoziona come il giorno della prima Messa e fa calare la sfera fra le braccia del numero uno varesino.
La pausa ci restaura perché dagli spogliatoi escono giocatori sani e forti, la tattica è affrancata dalla forza dei più forti e sicurezze si evidenziano, il nostro centrocampo pare una Linea gotica sotto cui nulla scende, l’Empoli si scioglie sotto questo caldo di primo autunno e davanti pressiamo con De Luca, virgulto e scugnizzo nello sfuggire alle pertiche empolesi, ma assai scarno nelle conclusioni. Nel libro della genesi si associa sull’arca di Noè coppie complementari, per cui ad una punta efficace come Martinetti si è mostrato nel primo tempo, si unisce uno scarso , causa i risultati, come Cellini, non forte come il Marco era ai tempi dell’Europa disunita monetariamente. Sui volti dei varesini si dipinge l’urlo di Munch, e tremando scorriamo lentamente i minuti sull’orologio, sapendo che un gol non arriverà fino a che i marziani non scenderanno sulla terra; è fatta anche stavolta un pareggio e muoveremo la classifica, è probabilmente questo il pensiero comune che fuoriesce dalle menti dei tifosi biancorossi, d’altronde finora ne abbiamo più prese che date e poi dai, Maran ha rinfrancato la compagine e sembra darci un gioco.
Ma il sipario deve scendere ancora, e poi Zecchin che d’oro è nella sua piccolezza e sveltezza, accorre per battere un corner negli ultimi istanti, Pucino pare un albatros e si eleva a colpire, ma la sfera sbatte tremendamente sul legno e rimbalza nell’area battuta da più elementi e la chimica si compie con il nostro vituperato Cellini che sospinge con la nuca qualcosa che mai avremmo sognato. Amen.

lunedì 3 ottobre 2011

Piastrelle nere come il Carbone

Sotto la flebile luce di Masnago, benvenuto al nuovo impianto si dovrebbe dire, un Varese rinfrancato da due risultati consecutivi si mostra ad un Sassuolo rinato in confronto alla stagione passata, fatto di giovani speranze e qualche matusa pronto a dare consigli, guidato da un Pea, alter ego di Carbone, ma ben più fortunato finora nel sistemare la classifica.
Pertanto sullo scacchiere i biancorossi si sistemano dando ascolto al modulo e non agli interpreti, con uno Zecchin anima e core seduto in panca causa una forma fisica ancora di là da venire ed un Neto generosissimo, pronto a spaccarsi tibie e ginocchia su ogni sfera rotolante, capace però di danzare nell’aria, facendoci sembrare al Bolscioi di Mosca. La difesa vede ora un Camisa che ci fa paura per Troest che aspetta i primi freddi per uscire dal letargo e dietro Bressan perlomeno ci rassicura, pronto ad uscire di meno causa la sua altezza risicata.
Scorrono i minuti e si vede un solo interprete sul campo verde, De Luca sa duettare con l’arco ospite e vede bene i legni, sapendo anche uscire dall’area per invitare i colleghi a spingere in porta il pallone con cross adeguati alla misura e sui calci d’angolo Terlizzi d’annata si eleva in un’occasione sulla porta lontana dalla curva , facendo balzare il pallone poco oltre. Si dice che è maturo, ma di castagne se ne vedon poche causa il caldo, vista la stagione, e così la disfida prosegue esitante sul momento che si direbbe propizio per la nostra gioia. Di falli e cattiverie se ne vedon poche , a centrocampo Corti domina con un Kurtic ancora sergente agli ordini, ma la scarsa aggressività ospite permette a Carbone di rimanere a suo agio nella zona tecnica, e pare tranquillo in questa notte.
La fine delle ostilità, parziali, ci fa venire il sospetto che si debba aspettare qualche colpo di magia finché le forze sorreggono il buon Neto, le cui articolazioni sono leggere fra le maglie nero verdi e vederlo districarsi fra 2,3,4 uomini ci fa sorridere e speranzosi assistiamo all’assalto varesino.
La piroetta di De Luca all’ottavo ci fa esultare ed ammainare le braccia con rapidità, quando il cuoio finisce sul legno sgonfiando le biancorosse speranze ed i Nostri insediandosi nell’area romagnola, dimentichi di alcune regole elementari , lasciano scappare la furia Bokye, lesto a farsi accapigliare da quattro elementi varesini per gettare nel fuoco le piastrelle fin li costruite, fornendo a Sansone il permesso di dilettarsi ad uccellare Bressan in uscita accademica.
La disperazione non potrebbe non salire, già quest’anno decenti goals si sono visti qui in Masnago e le gambe dei varesini paion bruciate per cui prima Cellini e poi Martinetti aiutano a rinsaldare le forze e ad aumentare gli assalti finali, finché un penalty evidente ai più diventa fischio mancato nel referee e solo rimpianto da dimenticare ben presto.
Stanotte qualcuno non dormirà, e si risveglierà non cigno ma Calimero.

venerdì 30 settembre 2011

Al lupo , al lupo

Calano i varesini nella terra di San Francesco e tra gufi, foreste e lupi, lo sparviero carbone tenta di allontanare gli spettri definitivamente dalla sua panchina per farli materializzare sulla panca di legno di mister Pecchia, anche lui esordiente nella serie cadetta e assai stretta per le sue terga giovani. Pertanto quando al fischio d’inizio il classico modulo carboniano si modifica in uno più aggressivo, con Kurtic fuori temporaneamente dai giochi per un inserimento forse definitivo del più ragionatore Felipe, pare di poter assistere alla prima esterna del giovane virgulto di Calabria, poiché la difesa, se è da serie quasi superiore, la avanti la presenza fissa di Neto da speranze forti di colpaccio.
Allora gli umbri tentano di nascondere le insidie, portando alte le barricate e accendendo subito la tensione intorno al brasiliano mentre Cellini continua a marcarsi da solo e pare maggiormente abile in versione portatore d’acqua e di palloni per Tendini di Cristallo. Ci proviamo subito con il nostro indifendibile Marco fiorentino, peccato che dopo un dribbling estenuante la sfera finisca fra le braccia del guardiano ospite; mentre Carrozza pare un pugile ancora all’angolo dopo il gong e i suoi scatti sono ricordi ormai lontani, forse una firma in meno l’ha debilitato, dall’altro lato Zecchin dimentica i dolori di pubertà, pardon di pube, e comincia a pendolare avanti e indietro per la verde valle umbra, talvolta lo trovi anche davanti alla difesa, piccolo ma tenace nel tenere unita la squadra e farla uscire da attacchi improvvisi degli uomini avversari.
Tanto tuonò che non piovve, perché la nostra capacità offensiva si regge sulle colonne d’Ercole di argilla, con pochi tiri e forse più tensione dietro dove Bressan sonnecchia tutto il tempo, e deve solo lasciarci i brividi per delle uscite che non sono ancora chiare, ma ci fanno ricordare i bei tempi (ben andati per fortuna) del nostro Moreau.
Il piacere ce lo da l’ingresso del futuro Divin Furetto Martinetti, la cui testa troppo dura ce lo ha privato per troppo tempo come l’acqua nel deserto e balzare sul terreno di gioco in maniera sonnolenta al posto di Neto ci fa ben sperare per qualche gioia in più. Così il gioco si fa duro nella loro metacampo, dove li stringiamo per una buona mezzora, ma senza lasciare segni tangibili della nostra presenza, come i Normanni nella Palermo che fu.
In genere più si spinge e più il cavallo entra nella stalla, così non avviene perché ricacciamo i lupi nella tana, come un bunker della linea Maginot, senza cavare qualcosa di positivo; anzi ci dobbiamo sorbire un traversone dalla destra mortifero, su cui nessun umbro avverte la vicinanza con la gloria per la loro prima in assoluto nella B e pertanto più che stringerci la mano alla fine del match non possiam che fare.

A presto con il vostro Pampa solerte.

venerdì 23 settembre 2011

In alto per non volare

Un refolo soffia e porta due ruote assieme alla vita di un ragazzo, un atleta sano nella sua costituzione fisica, oltre i limiti della vita, forse per una distrazione od un colpo di pedale in più teso ad una miglior posizione in cerca della gloria.
Delle teorie sull'incidente si riempiranno le pagine dei giornali, per i curiosi o per i malati di sadismo, privi forse del desiderio puro della conoscenza. A nulla serviranno a sopire il dolore, essenza dell'uomo come situazioni opposte e positive che ci portano con il corpo in alto a livello umano.
Parole si gettano al vento quando il silenzio è portatore di serenità sapendo che lo spirito che ha attraversiato l'esistenza di quest'uomo era rivolto al traguardo, guardando avanti per una gloria forse effimera, ma non vana.

giovedì 22 settembre 2011

La pioggia spegne l'incendio

Sulla graticola brucia il Carbone , con una lettera in mano con la parola fine a caratteri cubitali ed un sogno di giovane allenatore che si modifica cammin facendo, nella selva oscura della serie cadetta. A gran voce in settimana si è chiesto Unità, non d’Italia, ma di squadra, assieme ad un pubblico che facilmente si è disilluso alla luce di un paio di sconfitte, certamente rimediabili ma ingiustificate sotto l’aspetto caratteriale. I fischi nelle orecchie modificano l’intensità e sonorità ed all’ingresso delle squadre solo applausi salutano gli uomini del Mister, più affamato che affermato e il cristallo di Neto illumina un caldo pomeriggio dopo due giri di lancette con un’azione triangolata con il povero Cellini, anti-eroe per eccellenza.

Dalla panchina verso il brasiliano fragile come un grissino accorre una massa gioiosa, a spezzare tremori e fatiche durate un mese, nel quale il digiuno pareva sintomo di siccità e carestia sub-sahariane. Pare un giorno diverso, come essersi svegliati da un lungo sonno, il Varese pareva un plantigrado sulle montagne carsiche, che non sapeva che varcare una montagna fosse un cambio di nazione, comportando responsabilità assai diverse.

Ancora una buona mezzora di gioco, con scambi semplici, Zecchin pungente all’ala come i mesi passati, Neto pronto a farsi in mezzo a quattro oggetto di calcioni sempre pericolosi per le sue articolazioni ed una difesa di gran nome con Terlizzi abile governatore e Troest iperbole dell’atletismo applicato al Fotbol. Pure il nuovo Bressan mette la sua piastrella sul verde di Masnago, anche se la sua prima uscita pare quella dello sparviero in un campo di grano, lasciandoci a bocca aperta per lo spavento passato. Cellini ci mette lo zampino sull’errore davanti all’ospite guardiano, lasciandosi rimpallare la sfera ma non manca il suo dinamismo e se vorrà , potrà.

Hitchcock si siede al tavolo imbandito fornendo una stilettata dura da digerire, un Cocco fresco si direbbe se non fosse difficile la battuta ed il doppio liscio dei nostri centrali gli fornisce un comodo pallone da spingere in fondo al sacco per la sua quarta nella serie. Son passati dieci minuti dall’inizio della seconda parte e se non fosse per l’ingresso del vivace bosniaco freccia rossa Nadarevic, potremmo lasciare correre la partita inoperosamente fino alla fine, come un dormiente all’ombra di un hombu.

Il castello di Lego deve essere ricostruito , seppure il morale non pare aver perso nemmeno una stilla in questi istanti ed il buon Neto , a cui ci si affida e ci si aggrappa (non troppo forte perché potrebbe rompersi), inizia una serie di sviolinate sulla fascia, risollevando il gruppo ed iniziando una samba fra i birilli, paion essere, bergamaschi. Tornare sul luogo del delitto, perché no dice Cellini ed un contropiede classico iniziatosi su un errore albino, diventa la cavalcata delle valchirie fino all’area avversaria dove il Nostro si appollaia sotto la porta per colpire dopo che Neto ha pasteggiato a suon di dribbling aprendogli il Paradiso. Ma l’arma del delitto viene impugnata al contrario e con essa il Marco fiorentino lascia cuore e testa sull’erba, sparando ben alto. Giacché gli improperi possano essere meritati, si teme per la disfatta e l’applicazione della regola classica del calcio; Carbone senza sangue ormai lo richiama all’ombra della panchina spedendo il piccolo De Luca nell’agone, poiché solo verve potrebbe dare.

I seriani paiono giganti al cospetto della zanzara primaverile, ed i suoi movimenti agili lo portano in posizioni consone al suo mestiere, sicché manovrando ai limiti dell’area , crea spazi per Nadarevic, al tiro di poco alto e Filipe, che con un semi lob sopra l’asta ci illude per pochissimo.

Come un biancone nel momento della picchiata sulla preda innocente, De Luca arraffa il pallone giusto sull’assist penetrante di Neto e scavalca l’onesto difensore ospite, colpendo una sfera che ci fa penare prima di varcare la linea magica. Siamo arrivati allo zenit, direbbe l’osservatore meteorologo, peccato che manchino dieci giri sulla sfera di Crono per dirci felici. Ora non perdere la testa è da illogici, in questo teatro dell’assurdo di Ionesco e la riffa si trasforma in rissa per qualche pedata data di sotterfugio e il bon De Luca ne capisce ed è meglio girare al largo da certi marcantoni, omaccioni per le sue piccole terga. Se Grillo salta, ci pensa Pucino a coprirci le retrovie, dice e pensa il Benny mezzo salvato, fino a che all’ultimo sospiro i seriani ci attaccano di lato ed il giovane ex alessandrino non ha che pregare che la sfera finisca fuori sul primo palo di Bressan, nuovo artiere varesino. Un paio di rinvii a casaccio portano la sfera in alto ed al contempo il fischio finale ci fa levare gli arti verso l’Olimpo della vittoria, per la prima, non alla Scala, ma di questo strano campionato. Accorrono i trionfatori, sembrava una finale, poteva essere la fine ma nel salvadanaio finiscono tre punti ed il cammino riprende.

mercoledì 3 agosto 2011

Aforisma sportivo

La squadra è come una tartaruga; se giri la corazza , muoverà solo velocemente le sue gambe al vento, ma non avanzerà mai. Se lascerai che rimanga con lo scudo a posto, arriverà alla foglia di insalata.

giovedì 23 giugno 2011

giovedì 7 aprile 2011

Momenti senza sosta

Arrivare secondi, un momento di saggezza passato ad ascoltarsi.




Sapere porta una tensione a cui solo l'ignoranza sa placare il tremito.

venerdì 1 aprile 2011

aforismi senza moderazione

la morte mi coglierà




mentre rimarrà una goccia nel bicchiere


giammai sapro'


se la lacrima versata


sarà per me


o per la goccia

mercoledì 9 marzo 2011

Solcare i mari

Nel mare magnum della serie cadetta, il Livorno sta perdendo sempre più la rotta dall’obiettivo stagionale del ritorno nel Paradiso. Dopo il cambio di allenatore avvenuto poche settimane fa, gli amaranto paiono aver già perso l’incipit umorale che Monzon Novellino sta cercando di trasmettere ai livornesi.
Dalla sponda opposta giunge la barchetta del Varese, partita come scialuppa e successivamente permutata con un catamarano affidabile, capace nello sfruttare ogni refolo di vento per avanzare sempre più in classifica.
Ci sediamo ai nostri posti e il Varese subito a presentarsi in area con Ebagua, perla nera che guida con sapienza il pallone verso la porta ospite, sennonché s’incrociano le gambe di De Lucia pronto a buttare a mare le grida di gioia varesine.
Poi passa il tempo e sugli spalti di casa ci si aspetta il veliero amaranto attraversare il centrocampo a grandi falcate verso la felicità del goal, ma la cerniera varesina è ben stretta e capitare fra le tenaglie di Corti significa lasciare ben presto ogni speranza.
Ci si mette il normale accadimento dei fatti, in altre parole cristallo Neto lascia le sue leve sul terreno come consuetudine, solo che stavolta la via terminale è la barella dove può riposare per questo pomeriggio.
L’ingresso di Willy “O’ Animale” Osuij sconvolge i piani: Carrozza un po’ scarico di batteria negli ultimi giorni si porta di punta sulla barca e costringe Correa a circondarsi di poco fosforo e molto agonismo, apparendo davvero Gaucho nella Pampa, isolato lì in mezzo. Né pagherà le conseguenze perché si trasformerà in un lottatore pure lui, perdendo di vista il lato offensivo della giocata.
Per tale fatto le azioni varesine sono le fiammate veloci che vedono in Ebagua il finalizzatore e sui calci d’angolo gli uomini biancorossi fornivano ulteriori prove della voglia di vincere.
Per aspettare di vedere il Livorno giocare, si dovrà attendere la seconda frazione e anzi l’ingresso del giovane prospetto D’Alessandro porterà vivacità all’attacco amaranto. Una sua percussione sulla sinistra con dribbling finale e tiro verso Zappino ci farà sussultare fino all’arrivo di Pesoli che con tempismo gli sbarrerà la strada.
Poco dopo sono i nostri ad atterrire la barca amaranto con un’azione persistente nell’area avversaria e solo la forza degli dei (o della dea) blocca questo Varese nell’abbordaggio di Livorno.
I puffi cantavano, due mele o poco più, qui di tondo c’è solo il risultato finale e se questa è la Serie B, forza ragazzi, c’è posto anche per voi nell’Olimpo.