E' così che inizia la trasferta dei babies napoletani (poi scoprii che arrivavano da Rieti) , proiettati in quel tempio del basket che è Masnago, qualche settimana prima dei maghi della palla a sfera che sono gli Harlem. Differente il livello dello spettacolo, dalle stelle alle stalle sarebbe il giusto paradosso, ma ahimè infangante per quei bravi ragazzi che rimarranno negli annali e nelle loro memorie come un'esperienza solo esaltante, perchè segnare contro dei professionisti rimarrà impresso per sempre. Dopo la pizza , un bagno di folla nel Colosseo che per una volta non sarà luogo di spettacolo e poi la corsa a prendere il treno, perchè domani si va a scuola. Altro da dire non ne ho, la poesia l'hanno scritta loro stavolta.
Due cubetti di ghiaccio
Da questa settimana fino al limitare delle sue forze la voce della Pampa disporrà di una rubrica fissa nella quale con ironia ed un po’ di pepe commenterà le prestazioni sportive delle compagini varesine. Il titolo nasce dalla fervida fantasia del gaucho che, al calar della sera, è solito metter del ghiaccio in un bicchiere e gustarsi un tonico ed analizzare con sagacia le prestazioni sportive delle squadre prealpine. Il nome potrebbe far pensare ad articoli di facile lettura, in realtà il ghiaccio sciogliendosi nel tonico e cambiando lo stato , diventa di difficile separazione visiva rispetto alla sostanza iniziale…..
martedì 13 aprile 2010
venerdì 26 marzo 2010
È primavera, svegliatevi e giocate
Si entra al Palazzo (di Giustizia finale) e l’uomo nero in campo è più grosso di quello solitamente in campo, un cacciatore di testa non avrebbe difficoltà a riconoscerlo……
E venne la prima di Slay, dopo mesi passati in letargo forzato per due ernie tanto improvvise come il malto quando gorgoglia nel tino durante la fase più importante del processo di produzione.
L’uomo con la fascetta alla Borg si alza dalla panchina, generando un’improvvisa esaltazione nel pubblico varesino che già bofonchiava contro questa scelta apparentemente strana. E subito con un gioco di 2 + 1, l’armadio del Tennessee (non chiamatelo botte, quella serve per il nettare degli dei), si batte il petto come King Kong e l’urlo che ne esce dà un smorzata alla squadra biancorossa, facendo alzare le liane, pardon le braccia al cielo e Masnago torna la bolgia caliente, spegnendo la fuga di Treviso. Varese era partita molto contratta, con il Professore che non saliva in cattedra ed i bianco verdi subito in fuga nella prateria difensiva pillastriniana. Ma l’ormone primaverile non sembra destare molto interesse nel pubblico addormentato da non so quali sapori di marzo, forse quelli del gelsomino, candore bianco che si sparge come cenere sui capi, vista la vicinanza con la Quaresima.
Dopo la partenza sprint degli uomini della Marca, ci si ricompatta grazie al Pastore Giobbe Thomas, subito pronto a doppiare le triple in contropiede mentre Childress cerca il predellino per salire in cattedra , ma finisce per inciampare pericolosamente in qualche circostanza.
Nella settimana di San Patrizio, Repesa va a pescare nel fondo del suo pozzo ed il fromboliere dal cognome verde d’Irlanda Neal, ma ebano puro davanti allo specchio, tiene alta la bandiera di Treviso con una serie di tiri dai 5 metri su cui Pillastrini cambia continuamente la marcatura senza trovare ossigeno per il canestro varesino. E quando il cannoniere trevigiano scarica la palla, c’è pronto Nicevic a far la sua parte su cui i mezzi lunghi prealpini non possono che attaccarsi alla maglietta, portandolo direttamente in lunetta dove trova una casa accogliente per il suo morbido tiro.
Quando Childress trova il passo giusto per salire sulla pedana a lanciare strali, facendo filare palloni al bacio per i vari realizzatori di turno, il punteggio prende una piega biancorossa, come soprattutto un paio di pick’n roll che aprono in due la difesa dalle scarpe lente di Repesa e portano Tusek e Martinoni sotto le plance per appoggiare al tabellone facili due punti.
Se poi allo scadere del primo quarto il Prof infila la solita tripla , beh alzarsi in piedi è forma massima e dovuta di rispetto per un campione ancora sulla strada come Kerouac.
Una pausa che non fa cambiare l’andamento della gara, il gatto bianco verde che cerca di soffiare il formaggio al topolino biancorosso, il quale cerca il pertugio adatto per infilare la testolina sotto le schiene delle bestie trevigiane Taylor e Nicevic mentre la pantera Morandais si è ingurgitato qualcos’altro, e non ne vuol sapere di togliere la virgola dal suo tabellino così facendo la curva gliele canta (per il suo morale) e Pillastrini lo richiama (per evitargli la dormita).
La moneta che si pone sulla lingua da portare a Caronte finisce nelle mani di Slay, puro conio di zecca e determinante nel sancire con i suoi giochi artistici un vantaggio minimo alla sirena , momento in cui finalmente la difesa di Varese non subisce il canestro allo scadere senza fare fallo, evento raro da sottolineare con matita rossa come il sangue versato assieme alle lacrime da Thomas in difesa , facendogli scordare il canestro
Alla ripresa delle ostilità, il battaglione biancorosso comincia a premere sull’acceleratore, il safari è iniziato e la pantera nera comincia a correre, segnando i suoi soliti tiri dalla distanza dopo palleggi estenuanti, fuggendo rapido dalle mani dei cacciatori. Questo prendi e tira piace parecchio agli esteti del vecchio basket, un po’ meno al corazon del Pampa che comincia a sentire soffi sinistri alle sue coronarie, cariche di emozioni e mal sopportanti la fretta, così il buon coach pone sulla panca il regista classico dei suoi film e ripropone McGrath, senza arte né parte, povero lui che non sa che pesci pigliare sul lago più alto del mondo, vetta per lui troppo alta visto il livello del gioco.
Dalla savana ne esce invece una pantera nera, gattonando sul filo del rasoio, anima nera come l’amaro siciliano e caliente nello scaldare la retina avversaria, lui è Morandais, spettatore pagante per le anime varesina da ormai un mese. Censura lui non ne subisce come Santoro e va in onda in diretta sul parquet di casa, cominciando con una fila di non errori. Scorre il tempo come il cinese che sta sul fiume ad aspettare il cadavere del nemico, il punteggio si alza senza tregua e ciò piace agli statistici di casa, seppure la sua difesa sia alquanto incolore e qualche mugugno sia ben giustificato. Aspettare Ferrara è troppo rischioso, in laguna il pescato potrebbe essere indigesto, meglio cercare lo scalpo oggi ed appena si cambia passo, Varese fa correre il fiato corto (del Pampa) ed allunga, come Bikila in quel di Roma in una notte d’agosto. Sempre il Professore la mette dai soliti otto metri quando manca un minuto mas o meno sull’orologio quadrato, lui che sta aspettando che l’INPS lo richiami all’ordine, ma ciò che l’età dice, il cuore non ascolta. Un altro paio di liberi e la libertà è per noi popolo di Varese, un pezzo di LegaUno è messo sulla casacca, sempre meno stinta e gli abbracci di fine gara lo stanno ad indicare, insieme si vince, ora e sempre.
E venne la prima di Slay, dopo mesi passati in letargo forzato per due ernie tanto improvvise come il malto quando gorgoglia nel tino durante la fase più importante del processo di produzione.
L’uomo con la fascetta alla Borg si alza dalla panchina, generando un’improvvisa esaltazione nel pubblico varesino che già bofonchiava contro questa scelta apparentemente strana. E subito con un gioco di 2 + 1, l’armadio del Tennessee (non chiamatelo botte, quella serve per il nettare degli dei), si batte il petto come King Kong e l’urlo che ne esce dà un smorzata alla squadra biancorossa, facendo alzare le liane, pardon le braccia al cielo e Masnago torna la bolgia caliente, spegnendo la fuga di Treviso. Varese era partita molto contratta, con il Professore che non saliva in cattedra ed i bianco verdi subito in fuga nella prateria difensiva pillastriniana. Ma l’ormone primaverile non sembra destare molto interesse nel pubblico addormentato da non so quali sapori di marzo, forse quelli del gelsomino, candore bianco che si sparge come cenere sui capi, vista la vicinanza con la Quaresima.
Dopo la partenza sprint degli uomini della Marca, ci si ricompatta grazie al Pastore Giobbe Thomas, subito pronto a doppiare le triple in contropiede mentre Childress cerca il predellino per salire in cattedra , ma finisce per inciampare pericolosamente in qualche circostanza.
Nella settimana di San Patrizio, Repesa va a pescare nel fondo del suo pozzo ed il fromboliere dal cognome verde d’Irlanda Neal, ma ebano puro davanti allo specchio, tiene alta la bandiera di Treviso con una serie di tiri dai 5 metri su cui Pillastrini cambia continuamente la marcatura senza trovare ossigeno per il canestro varesino. E quando il cannoniere trevigiano scarica la palla, c’è pronto Nicevic a far la sua parte su cui i mezzi lunghi prealpini non possono che attaccarsi alla maglietta, portandolo direttamente in lunetta dove trova una casa accogliente per il suo morbido tiro.
Quando Childress trova il passo giusto per salire sulla pedana a lanciare strali, facendo filare palloni al bacio per i vari realizzatori di turno, il punteggio prende una piega biancorossa, come soprattutto un paio di pick’n roll che aprono in due la difesa dalle scarpe lente di Repesa e portano Tusek e Martinoni sotto le plance per appoggiare al tabellone facili due punti.
Se poi allo scadere del primo quarto il Prof infila la solita tripla , beh alzarsi in piedi è forma massima e dovuta di rispetto per un campione ancora sulla strada come Kerouac.
Una pausa che non fa cambiare l’andamento della gara, il gatto bianco verde che cerca di soffiare il formaggio al topolino biancorosso, il quale cerca il pertugio adatto per infilare la testolina sotto le schiene delle bestie trevigiane Taylor e Nicevic mentre la pantera Morandais si è ingurgitato qualcos’altro, e non ne vuol sapere di togliere la virgola dal suo tabellino così facendo la curva gliele canta (per il suo morale) e Pillastrini lo richiama (per evitargli la dormita).
La moneta che si pone sulla lingua da portare a Caronte finisce nelle mani di Slay, puro conio di zecca e determinante nel sancire con i suoi giochi artistici un vantaggio minimo alla sirena , momento in cui finalmente la difesa di Varese non subisce il canestro allo scadere senza fare fallo, evento raro da sottolineare con matita rossa come il sangue versato assieme alle lacrime da Thomas in difesa , facendogli scordare il canestro
Alla ripresa delle ostilità, il battaglione biancorosso comincia a premere sull’acceleratore, il safari è iniziato e la pantera nera comincia a correre, segnando i suoi soliti tiri dalla distanza dopo palleggi estenuanti, fuggendo rapido dalle mani dei cacciatori. Questo prendi e tira piace parecchio agli esteti del vecchio basket, un po’ meno al corazon del Pampa che comincia a sentire soffi sinistri alle sue coronarie, cariche di emozioni e mal sopportanti la fretta, così il buon coach pone sulla panca il regista classico dei suoi film e ripropone McGrath, senza arte né parte, povero lui che non sa che pesci pigliare sul lago più alto del mondo, vetta per lui troppo alta visto il livello del gioco.
Dalla savana ne esce invece una pantera nera, gattonando sul filo del rasoio, anima nera come l’amaro siciliano e caliente nello scaldare la retina avversaria, lui è Morandais, spettatore pagante per le anime varesina da ormai un mese. Censura lui non ne subisce come Santoro e va in onda in diretta sul parquet di casa, cominciando con una fila di non errori. Scorre il tempo come il cinese che sta sul fiume ad aspettare il cadavere del nemico, il punteggio si alza senza tregua e ciò piace agli statistici di casa, seppure la sua difesa sia alquanto incolore e qualche mugugno sia ben giustificato. Aspettare Ferrara è troppo rischioso, in laguna il pescato potrebbe essere indigesto, meglio cercare lo scalpo oggi ed appena si cambia passo, Varese fa correre il fiato corto (del Pampa) ed allunga, come Bikila in quel di Roma in una notte d’agosto. Sempre il Professore la mette dai soliti otto metri quando manca un minuto mas o meno sull’orologio quadrato, lui che sta aspettando che l’INPS lo richiami all’ordine, ma ciò che l’età dice, il cuore non ascolta. Un altro paio di liberi e la libertà è per noi popolo di Varese, un pezzo di LegaUno è messo sulla casacca, sempre meno stinta e gli abbracci di fine gara lo stanno ad indicare, insieme si vince, ora e sempre.
domenica 21 marzo 2010
Il torcicollo
In quel di Avigliana, di fronte ai neopromossi dalla Serie B della Juve 98, il nostro cronista temerario provava a tenere a bada le mazze caldissime dei bianconeri, buon banco di prova per Zero al fine di saggiarne le capacità dopo l'impegno dello scorso week -end. L'inning iniziava subito con una valida sul filo della terza e poi con un errore dell'interbase, ponendo cosi' due uomini sui cuscini caldi. E quando il ricevitore caraibico Mota spediva sul conto di due strikes e zero balls la palla alta nel cielo grigio dell'alto torinese, il collo taurino del poeta si voltava di scatto cercando di trattenerne con lo sguardo il lungo percorso. Vano fu il suo tentativo e piena la gioia per non essere un giocatoreprofessionista all'età di 38 anni, il che avrebbe significato aver speso una carriera all'insegna del non fu.
lunedì 15 marzo 2010
Scusate per l'assenza
Derby in quel di Masnago, di fronte a pochi intimi (non quelli prediletti) causa le leggi razziali e spesso virtuali che fanno di Busto Arsizio città divergente da quella Giardino. Purtroppo il vostro Poeta non potrà raccontarvela, non per il decreto legge quanto per i suoi impegni sportivi che lo vedono ancora una volta sui campi verdeggianti calcare con Classe il monte di lancio verso la Luna di una carriera infinita. La chiamata evangelica a sè da parte di Faso e la sua accettazione in maniera decisa (si dimentico' di chiamare il Presidente....) lo porterà lontano dalle sue squadre del cuore nei prossimi week end ed inece di alzare i colori biancorossi , porterà sulla sua pelle quelli rossoblu' milanesi, lui varesino Doc o per meglio dire , blend puro. A presto su queste pagine, sentendo alla radio o per vie traverse, le faccende che i suoi Benjamini svolgeranno da professionista quanto lui è.
martedì 2 marzo 2010
Un calzone troppo gonfiato fa male
100 anni e non sentirli per una società è come dire che in un mondo dello sport dove si salta per aria anche per poco, sopravvivere fra mille difficoltà spinge a lavorare con i giovani,con i quali l’entusiasmo cresce come i fili d’erba su un terreno martoriato, il quale aspetta la tanto agognata primavera (non la pizza, meglio allora per quella gustarsi una margherita) per respirare e dare velocità ai garretti dei biancorossi. Il gioco non ragionato di Sannino, tutta corsa e scambio rapido, richiede che i gladiatori possano correre con le loro bighe su un panno verde e non sulla terra umida, ultimamente tramutatosi nel fango di Masnago. Il Novara capolista (non elettorale) aspetta ancora la prima infornata, pardon sconfitta , in campionato ed i giovani pizzaioli di Mister (no jega) Sannino mischiano gli ingredienti con il libro in mano che a volte si sporca di pomodoro e copre e le parole e con essa rende difficile la lettura , appannando la visione visto che la prime occasioni sono degli ospiti a causa degli scambi di porta che qualche varesino commette, la più grossa con un rinvio al contrario di Tripoli che sveglia il buon Moreau dal torpore causato dalla farina soave che scende dal cielo. Le mani in pasta le tengono a centrocampo Dos Santos, Torre di Babele davanti alla difesa, fornitore di palloni buoni per l’offesa e gran recuperatore di sfere vaganti sia a terra sia nel cielo plumbeo di Masnago, ed il filiforme Buzzegoli, pulcino bagnato nonostante la statura elevata e pronto a battibeccare qualunque cosa si avvicini alle sue leve. Mastro Sannino detta sempre gli ordini, quelli li scrive sulla calce Ebagua, spesso per le terre causa la marcatura modello francobollo stampato sulla lettera. Il brasiliano Neto sa il fatto suo e lotta al centro dell’attacco sulle palle alte per portare le basi le forme di pasta vicino al forno. E come si dice a Napoli, la pizza la pizza viene bene perché c’è l’aria buona e quella la porta il cuoco Sannino, proprio lui che viene da quelle terre che sanno di pummarola e mozzarella e getta gli ingredienti in maniera sapiente, mischiandoli quando sembra che non cresca la pasta. E Carrozza è la birra che fa lievitare l’entusiasmo e le speranze di un successo per entrare nel Paradiso dei play-off.
Il vantaggio nasce su una rimessa laterale contraria che il neo entrato recupera agilmente su una distrazione avversaria e con un dribbling in un fazzoletto spinge il pallone in fondo alla rete mandando per le terre Fontana, Caronte della barca novarese in mezzo al guado.
Tutta la panchina varesina corre in campo ad abbracciare l’eroe momentaneo con un entusiasmo che fa sperare in un arcobaleno improvviso, speranzosi che il cielo si apra.
Mai entusiasmo fu propugnatore di nefandezze tattiche con uno sbilanciamento in avanti, come un chico il giorno di Natale che scarta i pacchetti furiosamente e non si accorge che i regali sono rimasti sotto l’albero, nascosti fra gli aghi di pino. Ed i blu (triste in inglese) piemontesi ricevono il cadeau con un contropiede iniziato da una carica a testa bassa dell’ariete varesino e Gonzales davvero speedy, può scorrazzare libero nella Pampa varesina e la piazza in porta nel medio facile facile spegnendo il fuoco fatuo del trionfo. Il gelo davvero scende sugli spalti, dimenticando che le partite durano novanta (minuti) e sulla ruota biancorossa spesso i numeri giusti sono usciti in ritardo, se non nel tempo di recupero addirittura. Sannino ed i ragazzi ci credono, con ansia nella plaza, tutti avanti come nulla fosse successo mentre il Novara chiude il forno, pardon la porta di fronte,sperando che il terreno bagnato sia avversario ostico alle geometrie prealpine.
A dieci dal termine però l’amore per la porta avversaria, visto che si tratta di Eros (Pisano), sfila poco sopra la traversa maledetta, quel legno intriso di acqua che gonfia troppo la farina e fa venire il mal di pancia ai fegati di varese, rimandando il flirt con la Dea di Olimpo, lassù sulle vette della classifica che sfila sempre più distante. La prossima pizza verrà ben cotta, il pizzaiolo deve essere sapiente e lasciare la fretta a chi rincorre.
Il vantaggio nasce su una rimessa laterale contraria che il neo entrato recupera agilmente su una distrazione avversaria e con un dribbling in un fazzoletto spinge il pallone in fondo alla rete mandando per le terre Fontana, Caronte della barca novarese in mezzo al guado.
Tutta la panchina varesina corre in campo ad abbracciare l’eroe momentaneo con un entusiasmo che fa sperare in un arcobaleno improvviso, speranzosi che il cielo si apra.
Mai entusiasmo fu propugnatore di nefandezze tattiche con uno sbilanciamento in avanti, come un chico il giorno di Natale che scarta i pacchetti furiosamente e non si accorge che i regali sono rimasti sotto l’albero, nascosti fra gli aghi di pino. Ed i blu (triste in inglese) piemontesi ricevono il cadeau con un contropiede iniziato da una carica a testa bassa dell’ariete varesino e Gonzales davvero speedy, può scorrazzare libero nella Pampa varesina e la piazza in porta nel medio facile facile spegnendo il fuoco fatuo del trionfo. Il gelo davvero scende sugli spalti, dimenticando che le partite durano novanta (minuti) e sulla ruota biancorossa spesso i numeri giusti sono usciti in ritardo, se non nel tempo di recupero addirittura. Sannino ed i ragazzi ci credono, con ansia nella plaza, tutti avanti come nulla fosse successo mentre il Novara chiude il forno, pardon la porta di fronte,sperando che il terreno bagnato sia avversario ostico alle geometrie prealpine.
A dieci dal termine però l’amore per la porta avversaria, visto che si tratta di Eros (Pisano), sfila poco sopra la traversa maledetta, quel legno intriso di acqua che gonfia troppo la farina e fa venire il mal di pancia ai fegati di varese, rimandando il flirt con la Dea di Olimpo, lassù sulle vette della classifica che sfila sempre più distante. La prossima pizza verrà ben cotta, il pizzaiolo deve essere sapiente e lasciare la fretta a chi rincorre.
martedì 16 febbraio 2010
La rottura dell’incantesimo
La premiata fonderia biellese cerca di sciogliere le tensioni accumulate dopo tre sconfitte consecutive che sembrano aver rotto l’inerzia positiva dimostrata fino a metà stagione, intenzionata a consumare per l’ennesima volta sul proprio campo Varese, che non sfonda il muro di lana piemontese da diversi anni ed ha costretto i suoi tifosi a raggomitolare tristemente le proprie bandiere con sonori batoste. Nel nuovo Forum, il calore del pubblico si perde nelle volte del palazzo, travi portanti come il centro Pervis Pasco, omone mangia palloni e temibile come Moby Dick, la balena che il buon capitano Akab Galanda riuscirà ad arpionare con le sue possenti fiocinate da tre punti.
Cimberio produce rubinetti, ma sembra avere valvole difettose oggi, nel chiudere sulle triple di Aradori e Smith, elementi discriminanti nel segnare un parziale forse decisivo a cavallo fra i due quarti, quando gli stendardi biancorossi sembrano veleggiare verso il porto dell’ennesima sconfitta contro compagini in crisi di risultati. Mago Merlino non ha di nero solo il cappello, ma anche il volto di un Childress sempre più con la bacchetta, o meglio il calibro nelle mani grazie a dei palloni che vengono depositati nelle mani giuste, a volte del baby Martinoni, a volte degli esterni i quali ne fanno finire la corsa nel cilindro fatato da cui non escono conigli bianchi ma punti d’oro per ricucire lo strappo. Alcuni rimbalzi strani segnano il parziale di metà gara, che sarebbe eccessivo per un possibile recupero da parte dei varesini se la compagine fosse quella dello scorso autunno, invece sbucano dalla coltre nevosa primule biancorosse. Alla fine del terzo quarto la roulette è girata e sul panno verde i numeri del tiro da tre sono totalmente ribaltati, permettendo ai nostri prodi di mettersi avanti, fatto temibile per un manipolo di scudieri che si basano sulla generosità e sull’entusiasmo, il ricordo di Milano è ancora fresco nella mente di Pillastrini e stavolta sugli spalti il calore sale alle stelle mentre in campo le tensioni si accendono, gli arbitri sono simili a capistazione e qualche fischio scappa dalla bocca. Dario Argento riscrive uno dei suoi capolavori, Cotani si fa fischiare il quinto fallo in 5 minuti di calpestio del parquet e poi corre sotto il tunnel, mandando in confusione il cronista che non intuisce che si tratta di un’autoespulsione con tecnico accluso.
Sparire dalla mischia del gladiatore romano serve a non innervosire i ragazzi, un quintetto che da qui alla fine il coach di Cervia non cambierà più al grido di non si scende dalla barca. Anche il sottoscritto confidò al suo compare l’intuizione, non cambiare per sperare ed aggrapparsi al campanile fino a che non si tocca terra. La difesa si fa arcigna e Childress gioca come in NBA, si appoggia all’avversario solo quando il cronometro va verso lo zero assoluto e dopo un tiro sbagliato di Aradori, piazzerà la bomba del più sei, facendo levare un arcobaleno colorato sotto la curva piemontese. La vita scorre lentamente quando si vorrebbe assaporare la gioia di stringere a sé una bella donna, l’attesa è fatta di momenti che solo il poeta può considerare come anticipazione di qualcosa che farà alzare all’orizzonte i lunghi sospiri, tramutandoli in reale soddisfazione. Qualche penalità in più allunga la vita biellese, ed anche una telefonata che giungerà al termine della gara, una cena sul lago diventerà una doppia doppia, come Randy Mago Merlino oggi ci ha regalato.
Cimberio produce rubinetti, ma sembra avere valvole difettose oggi, nel chiudere sulle triple di Aradori e Smith, elementi discriminanti nel segnare un parziale forse decisivo a cavallo fra i due quarti, quando gli stendardi biancorossi sembrano veleggiare verso il porto dell’ennesima sconfitta contro compagini in crisi di risultati. Mago Merlino non ha di nero solo il cappello, ma anche il volto di un Childress sempre più con la bacchetta, o meglio il calibro nelle mani grazie a dei palloni che vengono depositati nelle mani giuste, a volte del baby Martinoni, a volte degli esterni i quali ne fanno finire la corsa nel cilindro fatato da cui non escono conigli bianchi ma punti d’oro per ricucire lo strappo. Alcuni rimbalzi strani segnano il parziale di metà gara, che sarebbe eccessivo per un possibile recupero da parte dei varesini se la compagine fosse quella dello scorso autunno, invece sbucano dalla coltre nevosa primule biancorosse. Alla fine del terzo quarto la roulette è girata e sul panno verde i numeri del tiro da tre sono totalmente ribaltati, permettendo ai nostri prodi di mettersi avanti, fatto temibile per un manipolo di scudieri che si basano sulla generosità e sull’entusiasmo, il ricordo di Milano è ancora fresco nella mente di Pillastrini e stavolta sugli spalti il calore sale alle stelle mentre in campo le tensioni si accendono, gli arbitri sono simili a capistazione e qualche fischio scappa dalla bocca. Dario Argento riscrive uno dei suoi capolavori, Cotani si fa fischiare il quinto fallo in 5 minuti di calpestio del parquet e poi corre sotto il tunnel, mandando in confusione il cronista che non intuisce che si tratta di un’autoespulsione con tecnico accluso.
Sparire dalla mischia del gladiatore romano serve a non innervosire i ragazzi, un quintetto che da qui alla fine il coach di Cervia non cambierà più al grido di non si scende dalla barca. Anche il sottoscritto confidò al suo compare l’intuizione, non cambiare per sperare ed aggrapparsi al campanile fino a che non si tocca terra. La difesa si fa arcigna e Childress gioca come in NBA, si appoggia all’avversario solo quando il cronometro va verso lo zero assoluto e dopo un tiro sbagliato di Aradori, piazzerà la bomba del più sei, facendo levare un arcobaleno colorato sotto la curva piemontese. La vita scorre lentamente quando si vorrebbe assaporare la gioia di stringere a sé una bella donna, l’attesa è fatta di momenti che solo il poeta può considerare come anticipazione di qualcosa che farà alzare all’orizzonte i lunghi sospiri, tramutandoli in reale soddisfazione. Qualche penalità in più allunga la vita biellese, ed anche una telefonata che giungerà al termine della gara, una cena sul lago diventerà una doppia doppia, come Randy Mago Merlino oggi ci ha regalato.
martedì 9 febbraio 2010
Ed alla fine il 12° mi tradì
Qual buon (Bene)vento sale dalle prealpi e chiede di non prostrarsi ai piedi dei guerriglieri di Sannino, rientrato al suo posto dietro le linee della zona di competenza dopo l’ennesima squalifica. Mister Camplone, ex del Pescara di Serie A sul finire degli anni ottanta diretto dal buon poeta Galeone, a dispetto del suo mentore, schiera i giallorossi campani in maniera molto ordinata, senza alcuna retorica e con molto fervore nel colpire le caviglie biancorosse. La partita non si fa cattiva a sporca, come le maglie dei varesini che per non perdere troppi palloni offrono le terga al campo fangoso già dall’inizio.
Atmosfera di alta classifica e di categoria superiore, direbbe il buon Ezio Luzzi, con numerosi tifosi ospiti in tribuna d’onore ed altri fuori dai cancelli, nonostante la trasferta fosse loro vietata. Ma nulla succede perché il Gruppo Comodo solleva il bandierone magico a coprire un settore della tribuna centrale, che profuma di anni passati gloriosamente e che si vorrebbero rivivere ben presto al Franco Ossola di Masnago.
Si parte alla carica come al solito, la davanti un trio nuovo per la platea con la macarena ballata da Neto Pereira, una carriera passata su campi di estrema periferia, ma segnata da annate fervide di segnature. Carrozza ed Aloe lo assistono sulle ali cercando di fornire traiettorie valide per la sua testa, con il giovane Buzzegoli pronto ad inserirsi da dietro su palloni vaganti come farà in un paio di occasioni nel primo tempo, sprecando malamente il succo della spremuta. I campani non si chiudono e non si offrono come vittima, ma in questo modo avvantaggiano il Varese che con palleggi eleganti si muove su e giù per il campo; in mezzo Dos Santos sembra Muller, non lo yoghurt e quindi tutt’altro che cremoso, ma come il vino, frizzante e con bolle, pardon balle messe in gioco appena stappi la bottiglia. Il primo tempo è piacevole e la difesa varesina mostra i suoi attuali limiti, frettolosa nei rilanci e mielosa appena il Benevento gioca palloni sporchi nel mezzo dell’area. SARA’ il secondo tempo a farci drizzare i capelli, per chi li ha, con Moreau che cerca di accogliere fra le sue braccia il gabbiano bianco, che con un battito improvviso va a gonfiare la rete e li terminare il volo radente sul tiro del difensore ospite De Liguori. La sua gioia non manda i varesini all’inferno, ma li accende come i galli nel pollaio appena la gallina canta. E Sannino è colui che canta e grida alla battaglia, sempre marcato ad uomo dalla giacchetta arbitrale, come una Sofia Loren appena ventenne.
Le avventure di Gulliver Del Sante iniziano appena subito dopo il gol subito ed i palloni fra i suoi piedi si trasformano in golose occasioni di viaggi verso la rete, ammarando però sulla curva del velodromo.
Ulisse viaggiò per anni prima di arrivare nella sua Itaca, così Neto decide di firmare il primo goal in una categoria che si comincia a pensare fosse sorda ai suoi richiami, e sul corner ennesimo, la mischia si accende su un pallone leggero ed il suo tuffo coraggioso lo porta agli altari della cronaca. Lo spavento scema a questo punto ed accecati dalla rabbia, il Varese si getta ancora in avanti, anima Bianca e cuore Rosso; le manfrine degne della Bombonera diventano minuetti che i giocatori campani praticano con esperienza, sempre più sacchi svuotati di ogni energia, bucati nell’orgoglio dalla rete subita quasi casualmente e per oggi può bastare così. Davvero il Vangelo mai poté essere indovinato nella scelta dei numeri…
Atmosfera di alta classifica e di categoria superiore, direbbe il buon Ezio Luzzi, con numerosi tifosi ospiti in tribuna d’onore ed altri fuori dai cancelli, nonostante la trasferta fosse loro vietata. Ma nulla succede perché il Gruppo Comodo solleva il bandierone magico a coprire un settore della tribuna centrale, che profuma di anni passati gloriosamente e che si vorrebbero rivivere ben presto al Franco Ossola di Masnago.
Si parte alla carica come al solito, la davanti un trio nuovo per la platea con la macarena ballata da Neto Pereira, una carriera passata su campi di estrema periferia, ma segnata da annate fervide di segnature. Carrozza ed Aloe lo assistono sulle ali cercando di fornire traiettorie valide per la sua testa, con il giovane Buzzegoli pronto ad inserirsi da dietro su palloni vaganti come farà in un paio di occasioni nel primo tempo, sprecando malamente il succo della spremuta. I campani non si chiudono e non si offrono come vittima, ma in questo modo avvantaggiano il Varese che con palleggi eleganti si muove su e giù per il campo; in mezzo Dos Santos sembra Muller, non lo yoghurt e quindi tutt’altro che cremoso, ma come il vino, frizzante e con bolle, pardon balle messe in gioco appena stappi la bottiglia. Il primo tempo è piacevole e la difesa varesina mostra i suoi attuali limiti, frettolosa nei rilanci e mielosa appena il Benevento gioca palloni sporchi nel mezzo dell’area. SARA’ il secondo tempo a farci drizzare i capelli, per chi li ha, con Moreau che cerca di accogliere fra le sue braccia il gabbiano bianco, che con un battito improvviso va a gonfiare la rete e li terminare il volo radente sul tiro del difensore ospite De Liguori. La sua gioia non manda i varesini all’inferno, ma li accende come i galli nel pollaio appena la gallina canta. E Sannino è colui che canta e grida alla battaglia, sempre marcato ad uomo dalla giacchetta arbitrale, come una Sofia Loren appena ventenne.
Le avventure di Gulliver Del Sante iniziano appena subito dopo il gol subito ed i palloni fra i suoi piedi si trasformano in golose occasioni di viaggi verso la rete, ammarando però sulla curva del velodromo.
Ulisse viaggiò per anni prima di arrivare nella sua Itaca, così Neto decide di firmare il primo goal in una categoria che si comincia a pensare fosse sorda ai suoi richiami, e sul corner ennesimo, la mischia si accende su un pallone leggero ed il suo tuffo coraggioso lo porta agli altari della cronaca. Lo spavento scema a questo punto ed accecati dalla rabbia, il Varese si getta ancora in avanti, anima Bianca e cuore Rosso; le manfrine degne della Bombonera diventano minuetti che i giocatori campani praticano con esperienza, sempre più sacchi svuotati di ogni energia, bucati nell’orgoglio dalla rete subita quasi casualmente e per oggi può bastare così. Davvero il Vangelo mai poté essere indovinato nella scelta dei numeri…
martedì 2 febbraio 2010
Attivo o passivo
Domenica di ferro nel circo Barnum del Forum di Assago; Milano chiusa alle macchine ma non agli scambi proibiti (di colpi) sotto i canestri fra due squadre fisiche (Milano) ed una fiorettista (Varese). All’andata all’ora di pranzo, i biancorossi varesini fecero il colpo ma allora Slay sotto le plance colpiva e subiva senza problemi mentre stavolta il Tusek ed il Galanda usano l’esperienza e la conoscenza del corpo umano per non scadere nella tonnara. L’ora celerina non avvantaggia i giochi a due di McGrath (poi Childress) – Galanda e si cerca di svegliarsi da un brutto sogno per i meneghini, che sembrano ancora essere sotto le coperte in cattiva compagnia, di una possibile doppia sconfitta nel derby stagionale più importante, cosa che non accade dalla notte dei tempi. Al festival del masochismo si iscrivono molti giocatori, passaggi a vuoto, palloni per terra, tiri falliti durante contropiedi di riscaldamento , ma il pubblico sembra non accorgersi e mentre Ronald invita i bambini a scaldarsi, Milano si porta avanti casualmente alla prima pausa e pure alla seconda quando, da una rimessa da fondocampo i meneghini scavalcano la retroguardia prealpina appoggiando al tabellone per il più nove di parziale. Intanto la pantera Morandais era già uscito dalla gabbia, con le sue triple da urlo che cominciano ad essere fatto da prestazioni attesa mentre Titty Thomas cerca di scappare dai lupi meneghini con molta fatica e scarso risultato e si limita a beccare il pezzettino di miglio (non Verde), vedesi braccia degli attaccanti meneghini.
Varese offre la schiena ai milanesi, che li mettono a gambe all’aria quando vanno sul + 9, facendo sembrare la lotta apparentemente impari. Ma un Morandais ed un Tusek selvaggi scombinano i piani maschilisti dell’Olimpia e fanno mettere il becco avanti alla Pillastrini band. Sugli spalti sembra che la fuga in avanti sia quella decisiva, ma il prode Becirovic, ex di lusso della sfida, riprende per mano la squadra con assists semplici ed efficaci ed un parziale di 12-0, di cremonese memoria, ribalta le gambe varesine. Qui inizia un balletto fra i realizzatori da tre punti, avanti e indietro senza sosta, ma un rimbalzo scivoloso scappato dalle mani di Galanda, fornisce a Mordente (mai cognome fu più azzeccato oggi) la tripla decisiva che chiude la gara a poco più di un minuto dalla sirena finale.
I liberi tirati e le triple di Thomas servono solo per il tabellone finale e Milano rimane sopra su una Varese che offre il suo corpo ancora caldo.
Varese offre la schiena ai milanesi, che li mettono a gambe all’aria quando vanno sul + 9, facendo sembrare la lotta apparentemente impari. Ma un Morandais ed un Tusek selvaggi scombinano i piani maschilisti dell’Olimpia e fanno mettere il becco avanti alla Pillastrini band. Sugli spalti sembra che la fuga in avanti sia quella decisiva, ma il prode Becirovic, ex di lusso della sfida, riprende per mano la squadra con assists semplici ed efficaci ed un parziale di 12-0, di cremonese memoria, ribalta le gambe varesine. Qui inizia un balletto fra i realizzatori da tre punti, avanti e indietro senza sosta, ma un rimbalzo scivoloso scappato dalle mani di Galanda, fornisce a Mordente (mai cognome fu più azzeccato oggi) la tripla decisiva che chiude la gara a poco più di un minuto dalla sirena finale.
I liberi tirati e le triple di Thomas servono solo per il tabellone finale e Milano rimane sopra su una Varese che offre il suo corpo ancora caldo.
Ra(ndo)lph Super Maxi Eroe
La Ministra Gelmini sarebbe stata contenta di non dover pagare una lezione supplementare in virtù del taglio del tempo prolungato, ma questa volta il Professore arriva in classe come consulente portandosi i libri da casa sotto il braccio e caricandosi sulle spalle una squadra finalmente al completo. Sangue ed Are(n)a, Galanda – Tusek coppia di vaccari per gestire la bestia chianina Williams (e non anche Lawson….) sotto i tabelloni e tirargli la corda al collo facendolo correre dentro e fuori dall’area pitturata, mossa che si rivelerà determinante nelle fasi finali della gara nelle quali il non più tonico centrone americano si farà beccare con la testa nella biada con un sempre raro 3-secondi fischiato contro ed una mancata difesa sulla moneta pesante Marco (Tusek) che marcherà con conio pesante (vedi bomba) il pareggio.
Si inizia il match con le teste reclinate sui libri, ma il troppo stroppia ed il pigmeo Green vede bene i palleggi dello starter McGrath e facile facile gli soffia la merenda andandosela a mangiare in solitaria sotto il banco. Il preside Pillastrini deve pertanto proporre con saggezza il Professore, Ordine e Progresso, non il motto del Brasile (Magnano insegnerà laggiù l’Arte del basket), ma la disciplina tattica perché la lezione non si dimentica e con gli assists fantasiosi di Randy, Varese si stacca dal molo pesarese e porta la barca a remare grazie a tiri dalla distanza della pantera Morandais e del buon Thomas, anche stavolta impegnato a mordere i garretti del cannoniere ospite Hicks. Galanda non perviene in attacco ma in difesa si danna l’anima, menando a destra e sinistra e arrivando a boccheggiare, stavolta non sarà MVP ma in questa squadra non contano i titoli ma i fregi arrivano sul petto per il sangue che si sputa.
Fra tremori per il freddo , il meno sette a cinque dalla fine sembrano come l’Everest, e l’attesa per le mosse di un Pillastrini, per il quale qualcuno fra il pubblico sta cominciando a storcere la bocca, appare lui, vestito con il mantello dell’eroe della giornata, dopo una settimana passata a leccarsi le ferite e ripulirsi delle macchie di torrone cremonese, il Professore che entra in scena quando i buoi sembrano scappati e con l’arte di chi sa sempre quel che sta facendo, piazza da solo un parziale di dieci punti , condito da un assist al bacio (perugino) per il pareggio di Tusek. L’errore sul primo libero del possibile + 4 sembra farlo sembrare un Clark Kent senza ragnatele per salvarsi , ma sull’azione successiva, la difesa forte seppure con certi vuoti, trasforma il tiro di Hicks in un cross che fra le mani di Galanda si spegne e porta i ragazzi in trionfo. W Childress , viva il Professore, bentornato , le tue lezioni sono sempre attese e tutti ci sediamo ad ascoltare.
Si inizia il match con le teste reclinate sui libri, ma il troppo stroppia ed il pigmeo Green vede bene i palleggi dello starter McGrath e facile facile gli soffia la merenda andandosela a mangiare in solitaria sotto il banco. Il preside Pillastrini deve pertanto proporre con saggezza il Professore, Ordine e Progresso, non il motto del Brasile (Magnano insegnerà laggiù l’Arte del basket), ma la disciplina tattica perché la lezione non si dimentica e con gli assists fantasiosi di Randy, Varese si stacca dal molo pesarese e porta la barca a remare grazie a tiri dalla distanza della pantera Morandais e del buon Thomas, anche stavolta impegnato a mordere i garretti del cannoniere ospite Hicks. Galanda non perviene in attacco ma in difesa si danna l’anima, menando a destra e sinistra e arrivando a boccheggiare, stavolta non sarà MVP ma in questa squadra non contano i titoli ma i fregi arrivano sul petto per il sangue che si sputa.
Fra tremori per il freddo , il meno sette a cinque dalla fine sembrano come l’Everest, e l’attesa per le mosse di un Pillastrini, per il quale qualcuno fra il pubblico sta cominciando a storcere la bocca, appare lui, vestito con il mantello dell’eroe della giornata, dopo una settimana passata a leccarsi le ferite e ripulirsi delle macchie di torrone cremonese, il Professore che entra in scena quando i buoi sembrano scappati e con l’arte di chi sa sempre quel che sta facendo, piazza da solo un parziale di dieci punti , condito da un assist al bacio (perugino) per il pareggio di Tusek. L’errore sul primo libero del possibile + 4 sembra farlo sembrare un Clark Kent senza ragnatele per salvarsi , ma sull’azione successiva, la difesa forte seppure con certi vuoti, trasforma il tiro di Hicks in un cross che fra le mani di Galanda si spegne e porta i ragazzi in trionfo. W Childress , viva il Professore, bentornato , le tue lezioni sono sempre attese e tutti ci sediamo ad ascoltare.
martedì 26 gennaio 2010
Cuore caldo e Crema freddato
Freddo intenso non nei cuori del pubblico varesino che saluta una giovane morte portandone il ricordo sugli spalti con dei biancorossi palloncini che volano nel cielo prima del fischio d’inizio. Le speranze di promozione diretta sono anch’esse quasi volate nella doppia trasferta dell’Italia centrale dove il Varese ha mostrato un buon gioco ma raccolto pochissimo come sembra si possa raccogliere oggi poiché il ghiaccio nella Crema si scolorisce soltanto. Si aspetta il gioco frizzante, ma solo le bolle del campo si mostrano agli occhi varesini, un terreno per panzer dove i pesi piuma Aloi ed Eliakuw sbarcano per la prima casalinga, inseriti senza remore da Sannino in un impianto di gioco fatto di protagonisti capaci di salire sul palco e sedersi dietro le quinte senza colpo ferire. Un primo tempo che pattina, ovvero scorre veloce sulle piste battute dalle ali varesine, con il solito Tripoli a svariare, pronto ad evitare l’alce sotto cui rischiare di finire schiacciato. Ospiti particolarmente barricati ma ordinati nel chiudere i varchi al bisonte Del Sante e ad un Dos Santos in cerca di una marcatura pesante ed interessatamente cresciuto in questa fase del campionato.
Bolle in pentola l’acqua per un calientissimo thè purtroppo all’inglese data la mosciezza della situazione ed il Pergocrema si inventa un goal alla Subbuteo, noto gioco che ha preso il nome da un falco che quando becca, punge dolorosamente e con due passaggi succhia il sangue ed azzanna alla carotide la difesa biancorossa con Cazzola imbeccato (scusate il continuo accenno al rapace) dal cannoniere Le Noci. Forse il torpore si annulla dalla rabbia per un’azione casuale che sembra accendere l’undici prealpino alla ripresa della contesa.
Mister Sannino nulla cambia in apparenza, ma le motivazioni si fanno forti perché un record può essere migliorato ed alzare l’asticella renderebbe l’annata del centenario speciale. Il tempo passa ed infuria la bufera, cantavano al bar di Morazzone negli anni che furono, tempesta calcistica per intendere la furia di cercare caviglie e mezzibusti varesini bloccandone l’ardore. E l’espulsione ennesima del condottiero sembra benevola perché se una telefonata ti allunga la vita, un Saraceno in meno scalda la torcida di Clayton che trova il rimbalzo e l’angolo giusto per battere il gladiatore ospite. Le danze sono aperte e si sale in Carrozza per il prossimo balzo, l’ideatore di un’azione che porterà al penalty sul quale Buzzegoli, memore del precedente errore, tira una riga, pardon un rigore lemme lemme di fronte a sé, facendo salire gli angeli in Paradiso e portando il perdo, ops il PergoCrema a liquefarsi. I Campanili nel recupero non sono costruzioni architettoniche ma allontanano i fantasmi e di bianco rimane solo il campo, dopo novanta minuti di dolci minuetti e spaccate rockettare.
Bolle in pentola l’acqua per un calientissimo thè purtroppo all’inglese data la mosciezza della situazione ed il Pergocrema si inventa un goal alla Subbuteo, noto gioco che ha preso il nome da un falco che quando becca, punge dolorosamente e con due passaggi succhia il sangue ed azzanna alla carotide la difesa biancorossa con Cazzola imbeccato (scusate il continuo accenno al rapace) dal cannoniere Le Noci. Forse il torpore si annulla dalla rabbia per un’azione casuale che sembra accendere l’undici prealpino alla ripresa della contesa.
Mister Sannino nulla cambia in apparenza, ma le motivazioni si fanno forti perché un record può essere migliorato ed alzare l’asticella renderebbe l’annata del centenario speciale. Il tempo passa ed infuria la bufera, cantavano al bar di Morazzone negli anni che furono, tempesta calcistica per intendere la furia di cercare caviglie e mezzibusti varesini bloccandone l’ardore. E l’espulsione ennesima del condottiero sembra benevola perché se una telefonata ti allunga la vita, un Saraceno in meno scalda la torcida di Clayton che trova il rimbalzo e l’angolo giusto per battere il gladiatore ospite. Le danze sono aperte e si sale in Carrozza per il prossimo balzo, l’ideatore di un’azione che porterà al penalty sul quale Buzzegoli, memore del precedente errore, tira una riga, pardon un rigore lemme lemme di fronte a sé, facendo salire gli angeli in Paradiso e portando il perdo, ops il PergoCrema a liquefarsi. I Campanili nel recupero non sono costruzioni architettoniche ma allontanano i fantasmi e di bianco rimane solo il campo, dopo novanta minuti di dolci minuetti e spaccate rockettare.
martedì 19 gennaio 2010
Il freddo e la bestia
Posticipo serale per i biancorossi in quel di Arezzo, con le telecamere di RaiSportSat a riprendere per la prima volta i giovani di Sannino, schernitosi in conferenza stampa prima della gara poiché non considera fotomodelli i suoi sgambettanti moscerini e con il ritorno della pantera nera Ebagua la davanti, pronto a graffiare. Brividi caldi al 11 su tiro dal limite dell’argentino Erpen con Moreau che va a rilassarsi sulla linea con il pallone dormiente fra le sue mani. Ed i bianchi non inglesi ma calienti rispondono sulla dormita difensiva con Buzzegoli che va ad appoggiarla verso il palo. Ma sul ribaltamento di fronte, un’azione fortunata porta l’Arezzo avanti nel punteggio con un gran gol di Chianese a cui la categoria poco si addice ma non la TV, che mette all’incrocio in estirada e Moreau nulla può su tale sventola. Le proteste per un presunto fuorigioco si spengono come un fuoco fatuo e Sannino nulla fa per accendere gli animi contro la terna ma pensa alla prossima mossa, cioè l’attacco ragionato come alle Termopili.
Il palo colpito dal tiro di Ebagua lascia di stucco la difesa granata perché gli scanzonati biancorossi non si spaventano di fronte all’arena e il gioco orchestrato da oro Zecchin è limpido a 24 carati. La palla gira rapida fra i piedi varesini ed avvicinarsi all’area sembra così facile nonostante la massa corporea degli attaccanti, elefanti per superare le Alpi. Tripoli e Zecchin giocano al gatto con il topo spostandosi da una fascia all’altra, che per il momento sembrano la Gravellona Toce di notte. Doppio colpo per Ebagua che vede il suo appoggio verso la porta bloccato da Mazzoni che prima di gambe e poi goffamente con le braccia permette alla porta toscana di non essere violentata. Ed a viso aperto, pardon, di terga, Camisa salva il risultato su un tiro a porta vuota di Erpen, che avrebbe stecchito la colomba biancorossa al termine della prima parte della disfida.
La seconda frazione riparte come la prima, arrembaggio ragionato e Sannino decide di cambiare i guerriglieri con Zecchin che si va ad infagottare e Corti che ritorna dopo qualche mese per stare sulla fascia, dove il Varese trova gioco e palloni da scodellare al centro. La pantera è in agguato ma la preda (il gol) poteva essere raggiunta se la bava alla bocca non lo avesse portato quel mezzo metro in avanti come nel gol annullato su assist di Del Sante.
La belva ruggisce e l’Arezzo si rintana, non per il freddo ma per gli artigli che il Varese ha sempre in mostra, a graffiare palloni cercando le ghiande anche quando sono sottoterra, ma come l’orso cerca la grotta nella quale stare per qualche mese, negli ultimi venti minuti si va tentoni per terra lungo le piste e nulla stringe Momentè per il quale il luogo più adatto sembra la panchina.
Finisce in gloria per i granata, a mani vuote si rientra alla base dopo una settimana stressante ma che ha mostrato come il Generale Patton sappia tenere il bastone del comando aspettando nuovi granatieri.
Il palo colpito dal tiro di Ebagua lascia di stucco la difesa granata perché gli scanzonati biancorossi non si spaventano di fronte all’arena e il gioco orchestrato da oro Zecchin è limpido a 24 carati. La palla gira rapida fra i piedi varesini ed avvicinarsi all’area sembra così facile nonostante la massa corporea degli attaccanti, elefanti per superare le Alpi. Tripoli e Zecchin giocano al gatto con il topo spostandosi da una fascia all’altra, che per il momento sembrano la Gravellona Toce di notte. Doppio colpo per Ebagua che vede il suo appoggio verso la porta bloccato da Mazzoni che prima di gambe e poi goffamente con le braccia permette alla porta toscana di non essere violentata. Ed a viso aperto, pardon, di terga, Camisa salva il risultato su un tiro a porta vuota di Erpen, che avrebbe stecchito la colomba biancorossa al termine della prima parte della disfida.
La seconda frazione riparte come la prima, arrembaggio ragionato e Sannino decide di cambiare i guerriglieri con Zecchin che si va ad infagottare e Corti che ritorna dopo qualche mese per stare sulla fascia, dove il Varese trova gioco e palloni da scodellare al centro. La pantera è in agguato ma la preda (il gol) poteva essere raggiunta se la bava alla bocca non lo avesse portato quel mezzo metro in avanti come nel gol annullato su assist di Del Sante.
La belva ruggisce e l’Arezzo si rintana, non per il freddo ma per gli artigli che il Varese ha sempre in mostra, a graffiare palloni cercando le ghiande anche quando sono sottoterra, ma come l’orso cerca la grotta nella quale stare per qualche mese, negli ultimi venti minuti si va tentoni per terra lungo le piste e nulla stringe Momentè per il quale il luogo più adatto sembra la panchina.
Finisce in gloria per i granata, a mani vuote si rientra alla base dopo una settimana stressante ma che ha mostrato come il Generale Patton sappia tenere il bastone del comando aspettando nuovi granatieri.
lunedì 18 gennaio 2010
Ora buca in classe
Nella città del Torrazzo manca proprio la Torre varesina Tusek che farà sentire la sua assenza sotto le plance dove un mestierante come Cusin si trasforma in un Gasol, anzi in benzina per il motore cremonese che necessita di linfa nuova per rimpinguare una classifica scarna; nello scontro diretto fra le neo promosse, i vanoliani partono a razzo e il fraticello Thomas piazza subito il suo marchio di fabbrica, la bomba in transizione, sintomo di egoismo e di riscossa dopo la partita contro Cantù che lo ha visto sacrificarsi in difesa. Si balla la samba in difesa da una parte e dall’altra , con Cremona che si iscrive alla gara della schiacciata ed il Prof che tarda ad entrare in classe mentre Antonelli rimedia subito le note (vedi tre falli fischiati in poco) da parte della terna grigia.
Quando Varese stringe le maglie in difesa ed allarga il gioco, il parziale di 15-0 è un gioco da ragazzi e Pillastrini si lucida il panciotto e comincia ad assaporare il salame di Cremona (alla voce Forbes) , americano impresentabile anche per una squadra di college. Ma a sedersi dietro la cattedra arriva il buon McGrath, che tiene il gessetto in mano in attesa che arrivi la persona a cui compete ed i biancorossi godono di questa freschezza e tutto sommato scolastica regia, puntuale ed efficace ma non appariscente. Sennonché le partite durano 40 minuti ed il dolce Varese rimane troppo all’aperto, prendendo aria e indurendosi, con pochi tiri e molto palle perse mentre il Torrazzo si raddrizza con un parzialone di 17-0 che non si vedeva dall’anno tragico della retrocessione e si va al cambio di campo con il minimo distacco.
Alla ripresa il Prof latita, le mani sembrano intorpidite e Cusin mostro bimane si erge a paladino del canestro (alla fine la sua valutazione sarà fantastica) mentre la pantera Morandais si perde nella savana delle mani avversarie; i lunghi varesini, già corti, si fanno beccare in posizioni di facili costumi e la loro partita la passano spesso in panchina, magari definitivamente come Panzer Cotani, carro armato biancorosso nell’area ed utilissimo in una sfida d’altri tempi. Ciò porta le squadre a giocare a punto e croce, cercando di costruirsi la coperta per riscaldare la graduatoria, per vedere la luce nella nebbia padana. E quando il Prof Childress fa capolino in classe per gli ultimi istanti della lezione, il gesso , pardon il pallone, gli scivola dalle mani e chi lo raccoglie non arriva alla lavagna in tempo, anzi al canestro, vedi tiro dai 7 metri di McGrath che dimostra coraggio ma Sant’Antonio per stavolta ha bruciato ogni fascina ed il torrone rimane sullo stomaco, ancora una volta.
Quando Varese stringe le maglie in difesa ed allarga il gioco, il parziale di 15-0 è un gioco da ragazzi e Pillastrini si lucida il panciotto e comincia ad assaporare il salame di Cremona (alla voce Forbes) , americano impresentabile anche per una squadra di college. Ma a sedersi dietro la cattedra arriva il buon McGrath, che tiene il gessetto in mano in attesa che arrivi la persona a cui compete ed i biancorossi godono di questa freschezza e tutto sommato scolastica regia, puntuale ed efficace ma non appariscente. Sennonché le partite durano 40 minuti ed il dolce Varese rimane troppo all’aperto, prendendo aria e indurendosi, con pochi tiri e molto palle perse mentre il Torrazzo si raddrizza con un parzialone di 17-0 che non si vedeva dall’anno tragico della retrocessione e si va al cambio di campo con il minimo distacco.
Alla ripresa il Prof latita, le mani sembrano intorpidite e Cusin mostro bimane si erge a paladino del canestro (alla fine la sua valutazione sarà fantastica) mentre la pantera Morandais si perde nella savana delle mani avversarie; i lunghi varesini, già corti, si fanno beccare in posizioni di facili costumi e la loro partita la passano spesso in panchina, magari definitivamente come Panzer Cotani, carro armato biancorosso nell’area ed utilissimo in una sfida d’altri tempi. Ciò porta le squadre a giocare a punto e croce, cercando di costruirsi la coperta per riscaldare la graduatoria, per vedere la luce nella nebbia padana. E quando il Prof Childress fa capolino in classe per gli ultimi istanti della lezione, il gesso , pardon il pallone, gli scivola dalle mani e chi lo raccoglie non arriva alla lavagna in tempo, anzi al canestro, vedi tiro dai 7 metri di McGrath che dimostra coraggio ma Sant’Antonio per stavolta ha bruciato ogni fascina ed il torrone rimane sullo stomaco, ancora una volta.
mercoledì 13 gennaio 2010
La fattoria degli animali
In un derby privo di ostilità sugli spalti, i lariani ed i varesini affondano i colpi su un terreno infame causa le lacrime di Giove Pluvio scese fino a poche ore prima del match e nella foresta del centrocampo si scontrano i tacchini azzurri contro le pantere bianche di Mister Sannino, rimasto in giacca fin dall’inizio sfidando i rigori invernali e sfogando il calor bianco che tiene nel suo corpo da marine. I biancorossi subito all’attacco presi dall’ormai noto vortice casalingo ed all’inseguimento del decimo successo consecutivo che costituirebbe record assoluto per ogni campionato professionistico italiano. I minuto scorrono lenti e le azioni si svolgono in maniera apparentemente scolastica con passaggi da una fascia all’altra del campo , intenti a scardinare la porta (basculante) comasca, alle prese con cambi di giocatori nel ritiro invernale di Roma, fatto di fughe improvvise da parte di elementi essenziali e con l’arrivo di possibili crack per riordinare una classifica molto deficitaria.
Nel fango di Masnago le lepri varesine Tripoli ed Armenise rendono le corsie un sottobosco florido di cross per la testa della tartaruga Momentè, rapido come la testuggine e per il cobra Del Sante, non più velenoso come nella stagione passata ed obbligato a sostituire la pantera nera Ebagua, fermo nelle stalle causa una stupida espulsione subita nell’ultima sfida casalinga contro il Lecco. Al 26° il Varese passa con un’azione da lotta nel fango, il pallone si blocca in mezzo all’area e Del Sante lo scucchiaia alle spalle dell’estremo difensore lariano., levando l’acqua dal palo e poi dalla rete ospite. Sembra che il Varese sia stato padrone del campo, ma va ricordato che le due grosse occasioni da rete sono state precedentemente sventate da Moreau, gatto rientrato a tempo di record dopo l’operazione al menisco di fine dicembre e da camaleonte Bernardini, immolatosi sull’altare pagano.
Così la paura non fa 90° per ora ma solo 45 perché il Como sembra poca roba dietro, ma quando mostra gli aculei, risulta fastidioso sotto porta con palloni vaganti che i giovani fanno fatica a gestire. E dal tunnel stile anni 70 del Franco Ossola escono ancora più deboli i biancorossi che cercano di creare la savana nella quale far perdere il pallone e ritardarne il rinvio verso la propria area e per molto tempo le formichine del centrocampo si azzannano per un pezzo di pallone , ops di pane, fino a quando a metà della seconda frazione i comaschi aumentano la pressione e sui calci d’angolo il freddo è dato dal sudore che scende dalle fronti del pubblico varesino mentre i mediocri lariani sembrano le fiere più imbelvite del Colosseo. E meno male che i comaschi rimangono verso l’80° in dieci causa un infortunio muscolare ed avendo già provveduto alle regolamentari sostituzioni, la pressione sembra alleviarsi se non che ci si mette pure Del Sante a prolungare l’agonia grazie a due errori clamorosi, mangiandosi due gol di fronte al guardiano del faro mentre Tripoli lenisce la sbarra superiore con un piattone da fuori area.
E quando in pieno recupero Pisano tocca con il braccio un pallone non del tutto innocuo, l’arbitro si trasforma in topolino e si rifugia nel buco del fischio finale lasciando il formaggio molle ma dolce della vittoria al Varese che stabilisce l’impresa mai così tanto agognata. Per questa volta poco biancorosso e tanta fortuna, questione di gambe, diceva quella canzone famosa….
Nel fango di Masnago le lepri varesine Tripoli ed Armenise rendono le corsie un sottobosco florido di cross per la testa della tartaruga Momentè, rapido come la testuggine e per il cobra Del Sante, non più velenoso come nella stagione passata ed obbligato a sostituire la pantera nera Ebagua, fermo nelle stalle causa una stupida espulsione subita nell’ultima sfida casalinga contro il Lecco. Al 26° il Varese passa con un’azione da lotta nel fango, il pallone si blocca in mezzo all’area e Del Sante lo scucchiaia alle spalle dell’estremo difensore lariano., levando l’acqua dal palo e poi dalla rete ospite. Sembra che il Varese sia stato padrone del campo, ma va ricordato che le due grosse occasioni da rete sono state precedentemente sventate da Moreau, gatto rientrato a tempo di record dopo l’operazione al menisco di fine dicembre e da camaleonte Bernardini, immolatosi sull’altare pagano.
Così la paura non fa 90° per ora ma solo 45 perché il Como sembra poca roba dietro, ma quando mostra gli aculei, risulta fastidioso sotto porta con palloni vaganti che i giovani fanno fatica a gestire. E dal tunnel stile anni 70 del Franco Ossola escono ancora più deboli i biancorossi che cercano di creare la savana nella quale far perdere il pallone e ritardarne il rinvio verso la propria area e per molto tempo le formichine del centrocampo si azzannano per un pezzo di pallone , ops di pane, fino a quando a metà della seconda frazione i comaschi aumentano la pressione e sui calci d’angolo il freddo è dato dal sudore che scende dalle fronti del pubblico varesino mentre i mediocri lariani sembrano le fiere più imbelvite del Colosseo. E meno male che i comaschi rimangono verso l’80° in dieci causa un infortunio muscolare ed avendo già provveduto alle regolamentari sostituzioni, la pressione sembra alleviarsi se non che ci si mette pure Del Sante a prolungare l’agonia grazie a due errori clamorosi, mangiandosi due gol di fronte al guardiano del faro mentre Tripoli lenisce la sbarra superiore con un piattone da fuori area.
E quando in pieno recupero Pisano tocca con il braccio un pallone non del tutto innocuo, l’arbitro si trasforma in topolino e si rifugia nel buco del fischio finale lasciando il formaggio molle ma dolce della vittoria al Varese che stabilisce l’impresa mai così tanto agognata. Per questa volta poco biancorosso e tanta fortuna, questione di gambe, diceva quella canzone famosa….
giovedì 17 dicembre 2009
Forse si cammina
Nella città della villa degli estensi , arrivano gli originali che cercano lo scalpo di peso nella tana biancorossa che potrebbe tingersi in maniera oscura se il sole non sorgesse come sta avvenendo sulle Prealpi in questo periodo. E per un americano che arriva, un italiano si accomoda sul legno, duro ma costoso visto l’ingaggio dell’indigeno che si mostra presuntuoso davanti ad un pubblico che in maggior parte ha già messo pollice verso pronto per presentarlo ai leoni del Colosseo e non del Coliseum. Un applauso per Farabello è ciò che esce dalla fossa del palazzo e da un pubblico che non dimentica il gaucho dalle mani più veloci della Pampa, e lui il Pampa, è colui che con i colori albiceleste indosso alza un coro per il fratello Daniel che presto raggiungerà laggiù, al caldo, all’ombra di un hombu e davanti ad un asado interminabile. Palla a due e Varese li lancia la corsa verso la vittoria con un parziale secco segnato Professore – Thomas – Morandais, le triple entrano e non sono segni sulla schedina ma certezze, mentre Ferrara usa i muscoli di Jameson per miscelare tonici imbevibili dai compagni in biancoblù. Galanda rialza dopo venti anni il Muro di Berlino contro il quale valli ,coach estense, mischia le carte come Toto’ al banchetto della stazione ed i giocatori, finendo per non capirci nulla, puntano alla roulette russa del tiro pesante. E così i biancorossi viaggiano tranquilli con i remi in barca nell’acquitrino di palloni persi e gettati nei canali e dove si punta è terra nascosta , il più dodici alla sirena ( e non quella attraente di omerica memoria), situazione che alza la temperatura del palazzo, ma non gli animi del pubblico, un po’ sconcertato per un gioco arruffato e pari a quello del CSI in certi momenti.
Si riaprono le danze della domenica pomeriggio ed in un targo evoluto Morandais e Jackson alzano il punteggio sul tabellone seguendosi abbracciati lungo il campo e non si tratta di una cumparsita breve. Così facendo tutto si muove eppur rimane fermo e Varese giostra tranquilla seppure il Professore sia sulle montagne russe con assists e palle perse , ma Pillastrini dirige e non si preoccupa molto se non per un arbitraggio che casalingo non è , e neppure ordinato. Il figliol prodigo Martinoni si perde nelle acque ferraresi e viene panchinato mentre l’onesto Gergati naviga a vista e si muove come sulla barca degli anguillai, trovando il poco che serve per cibare il tabellone segnapunti. Ma appena qualche tiro sganciato finisce sulla luna e non nel cesto, il pozzo si fa vuoto e l’acqua sale sulle caviglie biancorosse , dando fiato agli ospiti e Jackson sembra il buon Michael nel Moonwalker. Sale la rabbia fra il pubblico e lo spirito da amichevole svanisce non appena con qualche difesa di Fort Apache Cotani, Galanda e Tusek , oggi ringiovanito all’improvviso, chiudono le gabbie con i buoi dentro ed il risultato va in cassaforte non senza qualche apprensione. Ma Varese rifiorisce come a primavera in casa e si esce a prendere acqua , senza averla bevuta prima con l’imbuto da una squadra ospite che comincia a sentire scricchiolare qualcosa e non sono le porte di Masnago.
Si riaprono le danze della domenica pomeriggio ed in un targo evoluto Morandais e Jackson alzano il punteggio sul tabellone seguendosi abbracciati lungo il campo e non si tratta di una cumparsita breve. Così facendo tutto si muove eppur rimane fermo e Varese giostra tranquilla seppure il Professore sia sulle montagne russe con assists e palle perse , ma Pillastrini dirige e non si preoccupa molto se non per un arbitraggio che casalingo non è , e neppure ordinato. Il figliol prodigo Martinoni si perde nelle acque ferraresi e viene panchinato mentre l’onesto Gergati naviga a vista e si muove come sulla barca degli anguillai, trovando il poco che serve per cibare il tabellone segnapunti. Ma appena qualche tiro sganciato finisce sulla luna e non nel cesto, il pozzo si fa vuoto e l’acqua sale sulle caviglie biancorosse , dando fiato agli ospiti e Jackson sembra il buon Michael nel Moonwalker. Sale la rabbia fra il pubblico e lo spirito da amichevole svanisce non appena con qualche difesa di Fort Apache Cotani, Galanda e Tusek , oggi ringiovanito all’improvviso, chiudono le gabbie con i buoi dentro ed il risultato va in cassaforte non senza qualche apprensione. Ma Varese rifiorisce come a primavera in casa e si esce a prendere acqua , senza averla bevuta prima con l’imbuto da una squadra ospite che comincia a sentire scricchiolare qualcosa e non sono le porte di Masnago.
Poco più in là
14° PT Gran tiro di Osuj , già definito il Gattuso nero per la corporatura e non per la tecnica, che si infila esattamente là dove la badante leva le ragnatele quando compie il proprio dovere.
26° ST Dopo un tocco di Del Sante, forse di mano e non a caso visto la settimana manesca appena terminata, Momentè, nuovo san Gennaro di Varese che al solo sfiorare trasforma il pallone in marcatura, fa sbattere la bola sotto la traversa con un tiro che poco ci manca perché superi il limite di velocità.
Pieno recupero: dopo una discesa fra i paletti della difesa biancorossa dell’ala appena entrata, il penalty vien parato da un Moreau peggio di un portoghese alla prima della Scala, ed assente giustificato causa gli attacchi umbri persi nella foresta nera del centrocampo varesino.
Non è solo qui la cronaca di una partita dove appunto i centimetri hanno fatto la differenza nel momento della segnatura che potevano essere il tiro sul portiere ospite di Tripoli dopo essersi smarcato abilmente, od il colpo di testa di Del Sante che mirava al bersaglio grosso e non agli angoli.
Giornata fredda e cielo coperto, come nelle cronache di guerra dal fronte, e qui il Varese combatte ancora senza il suo condottiero Sannino il Saraceno, che una squalifica carnevalesca (si era a Viareggio), tiene nella gabbia degli spalti per un’ulteriore giornata, atto improprio e beffardo per un individuo che si trova ad essere parte componente di una squadra che si muove ordinata ai suoi ordini, ma sempre in maniera imprecisata agli occhi del pubblico e degli avversari.
Il direttore d’orchestra Zecchin con il suo spartito detta tempi e modalità ad un manipolo di ragazzi che non aspetta altro che il fischio dell’arbitro per muoversi la domenica dopo che in settimana ha faticato per rispettarne gli ordini.
Il Varese come è solito fare in casa, si affida alle fasce per muovere il gioco, la zanzara Tripoli, anche se un po’ timida nel succhiare energie ai terzini umbri, duetta bene con Armenise sulla sinistra e propone cross bassi per la perla nera Ebagua, non libera di muoversi per l’asfissiante marcatura e così il buon Del Sante può puntare ad incrementare il suo basso bottino di reti. Ma saranno due azioni figlie della casualità, il gran tiro di Osuj e la staffilata di Momentè, a determinare numericamente il risultato, per la gioia del pubblico varesino ancora esiguo nonostante la vetta della classifica necessiti di ossigeno per risparmiare. Che dire degli ospiti? Si muovono con ordine in difesa e a centrocampo dove fanno mulinare le gambe alla ricerca delle caviglie biancorosse come a voler creare ostacoli sulla strada e le due espulsioni, sono la testimonianza che per questo Varese può solo temere un calo fisico.
Correre è più importante di camminare, per ora.
26° ST Dopo un tocco di Del Sante, forse di mano e non a caso visto la settimana manesca appena terminata, Momentè, nuovo san Gennaro di Varese che al solo sfiorare trasforma il pallone in marcatura, fa sbattere la bola sotto la traversa con un tiro che poco ci manca perché superi il limite di velocità.
Pieno recupero: dopo una discesa fra i paletti della difesa biancorossa dell’ala appena entrata, il penalty vien parato da un Moreau peggio di un portoghese alla prima della Scala, ed assente giustificato causa gli attacchi umbri persi nella foresta nera del centrocampo varesino.
Non è solo qui la cronaca di una partita dove appunto i centimetri hanno fatto la differenza nel momento della segnatura che potevano essere il tiro sul portiere ospite di Tripoli dopo essersi smarcato abilmente, od il colpo di testa di Del Sante che mirava al bersaglio grosso e non agli angoli.
Giornata fredda e cielo coperto, come nelle cronache di guerra dal fronte, e qui il Varese combatte ancora senza il suo condottiero Sannino il Saraceno, che una squalifica carnevalesca (si era a Viareggio), tiene nella gabbia degli spalti per un’ulteriore giornata, atto improprio e beffardo per un individuo che si trova ad essere parte componente di una squadra che si muove ordinata ai suoi ordini, ma sempre in maniera imprecisata agli occhi del pubblico e degli avversari.
Il direttore d’orchestra Zecchin con il suo spartito detta tempi e modalità ad un manipolo di ragazzi che non aspetta altro che il fischio dell’arbitro per muoversi la domenica dopo che in settimana ha faticato per rispettarne gli ordini.
Il Varese come è solito fare in casa, si affida alle fasce per muovere il gioco, la zanzara Tripoli, anche se un po’ timida nel succhiare energie ai terzini umbri, duetta bene con Armenise sulla sinistra e propone cross bassi per la perla nera Ebagua, non libera di muoversi per l’asfissiante marcatura e così il buon Del Sante può puntare ad incrementare il suo basso bottino di reti. Ma saranno due azioni figlie della casualità, il gran tiro di Osuj e la staffilata di Momentè, a determinare numericamente il risultato, per la gioia del pubblico varesino ancora esiguo nonostante la vetta della classifica necessiti di ossigeno per risparmiare. Che dire degli ospiti? Si muovono con ordine in difesa e a centrocampo dove fanno mulinare le gambe alla ricerca delle caviglie biancorosse come a voler creare ostacoli sulla strada e le due espulsioni, sono la testimonianza che per questo Varese può solo temere un calo fisico.
Correre è più importante di camminare, per ora.
Quando il sacco si rompe,la farina esce
Una Varese incerottata si presenta in campo per l’anticipo di pranzo della domenica, con l’intento di mangiare anche e soltanto con i possibili avanzi rimasti sani e (poco) abili un’altra nobile decaduta come la Virtus Bologna, che di virtù non ne ha più tante come una volta (Ginobili in testa) e cerca di fortificare la sua classifica gustandosi il più classico dei brodini. Se da una parte le assenze sono già marchiate a fuoco prima della vigilia, dall’altra ci pensa una scivolata sfortunata a mettere fuorigioco Sconnie Penn, play americano in cerca di riscatto e così i biancorossi si ritrovano a poter nutrire speranze di successo contro i più forti bolognesi, intenzioni che il giaguaro della Guadalupe Morandais tiene vive con tre bombe una in fila all’altra mentre i centri virtussini fanno colazione pranzo e cena di fronte ai babies Martinoni e Antonelli, magri come fotomodelle e non con le braccia tornite come il lituano bianconero, con il buon Cotani che cerca di trasformarsi in Gasol(ine) neanche fossimo in piazza San Marco a Carnevale. Ci si mette poi un pessimo arbitraggio, irritante e scolastico, quando sotto canestro siamo nella notte dei lunghi coltelli ed il sangue scorre su parquet, con le giacchette azzurre in totale fase da desaparecidos. Il buon Pillastrini, che a quest’ora preferirebbe il legno del tavolo a quello del campo, per fare del buon pane agita tutto quel che c’è nel sacco per estrarre anche solo un grammo di bianca farina ed impastare con le sue grosse mani schemi azzardati e rischiosi quando Vukcevic, cecchino che Milosevic avrebbe voluto fra le sue fila, colpisce lasciando lacrime amare sui volti biancorossi.
Childress , seppur ogni tanto sembri una Ferrari fuori giri, smazza assists e prende colpi pesanti sui fianchi per la causa mentre il volatile Passera, invece di calcare il terreno, preferirebbe essere come Titti , dentro una gabbia a difendersi facilmente da Gatto Silvestro e mette il suo codice fiscale a disposizione per un veloce ricovero nella panca dei puniti e degli indifendibili. Se alla fine dei primi due quarti la differenza è di soli tre punti , che sembrano pochi pochi, alla ripresa un paio di palloni persi facilmente riallontana dalla costa le Vu nere e quando si giunge al meno 14, i sibili si fanno sirene (non quelle affascinanti) ed Ulisse cerca fra i suoi prodi sguardi arrabbiati e non languidi ed irrispettosi; il giaguaro esce ancora una volta dalla gabbia ed un’altra serie tripla di triple pazze riavvicina al meno 6 Varese, sobillando il pubblico ed portandolo a riprendere confidenza con la partita. Qualche rimbalzo in pi’ carambola nelle mani giuste , ma quando si agita il sacco , possono uscire anche sorprese oppure accorgersi che è finita la farina ed al momento che il nostro Titti si ritrova la palla dell’anno, la lancia contro il tabellone come il fortunato sorteggiato tra il pubblico che cerca di vincere una crociera da quattro soldi ( e quattro escort…). Si scorre fino al termine , con l’ossigeno arrivato a fine corsa ed i pensieri ai prossimi necessari acquisti……
Childress , seppur ogni tanto sembri una Ferrari fuori giri, smazza assists e prende colpi pesanti sui fianchi per la causa mentre il volatile Passera, invece di calcare il terreno, preferirebbe essere come Titti , dentro una gabbia a difendersi facilmente da Gatto Silvestro e mette il suo codice fiscale a disposizione per un veloce ricovero nella panca dei puniti e degli indifendibili. Se alla fine dei primi due quarti la differenza è di soli tre punti , che sembrano pochi pochi, alla ripresa un paio di palloni persi facilmente riallontana dalla costa le Vu nere e quando si giunge al meno 14, i sibili si fanno sirene (non quelle affascinanti) ed Ulisse cerca fra i suoi prodi sguardi arrabbiati e non languidi ed irrispettosi; il giaguaro esce ancora una volta dalla gabbia ed un’altra serie tripla di triple pazze riavvicina al meno 6 Varese, sobillando il pubblico ed portandolo a riprendere confidenza con la partita. Qualche rimbalzo in pi’ carambola nelle mani giuste , ma quando si agita il sacco , possono uscire anche sorprese oppure accorgersi che è finita la farina ed al momento che il nostro Titti si ritrova la palla dell’anno, la lancia contro il tabellone come il fortunato sorteggiato tra il pubblico che cerca di vincere una crociera da quattro soldi ( e quattro escort…). Si scorre fino al termine , con l’ossigeno arrivato a fine corsa ed i pensieri ai prossimi necessari acquisti……
Mai scendere dalla barca finché non si arriva al molo
Squadra del sud che per la prima volta nel campionato sale sul campo prealpino per affrontare i biancorossi di Sannino che si siedono al tavolo per il settebello, unica compagine a poter ambire a questo piccolo primato nella prima parte della stagione. I campani sono privi di ben otto titolari, falcidiati dall’influenza e da infortuni vari e pertanto sembrerebbe facile l’avvio, visto che il Varese, privo del suo condottiero, ancora sugli spalti a causa dell’ennesima squalifica, parte lancia in resta dal primo minuto su un terreno di gioco che Giove Pluvio non infastidisce più esattamente a partire dal primo minuto, come a dare respiro ad una compagine che necessita di un campo, si rapido ma non pesante, per il tipo di gioco veloce e basato su passaggi lunghi. In avanti Ebagua e Del Sante, quest’ultimo in attesa come nella notte di Natale, di porre il balon nella rete, si posizionano belli larghi, per dare fastidio alla difesa rossonera che sulle ali sembra un po’ in affanno mentre al centro la lunga militanza dei centrali li pone in un’atmosfera da battaglia campale.
Azioni di gioco intense e continue , sembra che i giovani biancorossi siano stimolati a portarsi a casa l’oro pregiato e la rapidità aumenta vorticosamente, con il buon Zecchin (eccolo…l’oro….) a dettare tempi come il maestro in cattedra e dal suo mancino partono le verticalizzazioni in maniera vorticosa. Ma il turbinio è talmente rapido che sotto porta ci si dimentica che il pallone ha una sua banca naturale e cosi le grida di disperazione si alzano sempre più dagli spalti con il mister Sannino che consuma le suole sui gradoni di Masnago. E così come Martin per un punto perse la cappa, così O Sole Mio sul finire del primo tempo vede le nubi del cielo scendere sul prato e con un fallo stupido su Del Sante, impossibilitato a raggiungere la sfera, ormai corrente verso fondocampo, il Varese si conquista un penalty che il toscano Buzzegoli (mamma e sorella al seguito, tampinata dal Pampa) trasforma sulla ribattuta fortunata del portiere Criscuolo. E quando l’arbitro fischia la fine delle ostilità del primo parziale, si scatena una bagarre in mezzo al campo con il negrito Ebagua attorniato dall’estremo difensore ospite ed altri energumeni, fra cui il buon Fernandez, che vogliono rendere pariglia al centravanti. Nulla di nuovo sotto al sole, direbbe qualche saggio e alla ripresa del gioco si ripresentano tutti gli stessi giocatori, perché la pariglia non ha scombinato nulla e gli animi riprendono tranquilli.
E dai e dai e dai, che venne il secondo( rigore) con il buon Fernandez che prende al lazzo come nella pampa il manzo Del Sante spedendole per le terre in maniera stupida e quest’ultimo si presenta sul dischetto per schiodare lo zero dalla casellina e così avviene, palla da una parte, portiere dall’altra , con l’intera panchina che accorre a festeggiare il primogenito, capocannoniere l’anno passato ed ora a raschiare il fondo del barile. Campane a far festa e Sorrento sulla via del mare?? Non si direbbe, perché a scendere dalla barca sono i biancorossi, in attesa di far salire il settebello e questo proprio non ci pensa a vendersi per poco, cosicché su un traversone lungo , la coppia centrale la fa passare e dall’altra parte in diagonale, ci si infila il centravanti ospite che ferisce di spada e trafigge l’incolpevole Moreau. Così il pathos risale le schiene varesine e va a mettere ghiaccio senza tonico , con la bocca che per il vento si fa secca. E siccome i giovani non sanno attendere, il buon capitan Camisa lascia in braghe i compagni e si fa giustamente cacciare per bloccare un satanello che corre verso la porta. E il buon arbitro lascia tremare il pubblico per ben sette minuti, fino a che il nuovo entrato non decide di mettere a fondocampo una palla che il buon Diego avrebbe posizionato nella bolsa, ma tantè, di Lui c’è né uno solo e non gioca da un po’ di tempo….
A presto dal vostro uomo della Pampa, questa settimana la cabeza era impegnata….
Azioni di gioco intense e continue , sembra che i giovani biancorossi siano stimolati a portarsi a casa l’oro pregiato e la rapidità aumenta vorticosamente, con il buon Zecchin (eccolo…l’oro….) a dettare tempi come il maestro in cattedra e dal suo mancino partono le verticalizzazioni in maniera vorticosa. Ma il turbinio è talmente rapido che sotto porta ci si dimentica che il pallone ha una sua banca naturale e cosi le grida di disperazione si alzano sempre più dagli spalti con il mister Sannino che consuma le suole sui gradoni di Masnago. E così come Martin per un punto perse la cappa, così O Sole Mio sul finire del primo tempo vede le nubi del cielo scendere sul prato e con un fallo stupido su Del Sante, impossibilitato a raggiungere la sfera, ormai corrente verso fondocampo, il Varese si conquista un penalty che il toscano Buzzegoli (mamma e sorella al seguito, tampinata dal Pampa) trasforma sulla ribattuta fortunata del portiere Criscuolo. E quando l’arbitro fischia la fine delle ostilità del primo parziale, si scatena una bagarre in mezzo al campo con il negrito Ebagua attorniato dall’estremo difensore ospite ed altri energumeni, fra cui il buon Fernandez, che vogliono rendere pariglia al centravanti. Nulla di nuovo sotto al sole, direbbe qualche saggio e alla ripresa del gioco si ripresentano tutti gli stessi giocatori, perché la pariglia non ha scombinato nulla e gli animi riprendono tranquilli.
E dai e dai e dai, che venne il secondo( rigore) con il buon Fernandez che prende al lazzo come nella pampa il manzo Del Sante spedendole per le terre in maniera stupida e quest’ultimo si presenta sul dischetto per schiodare lo zero dalla casellina e così avviene, palla da una parte, portiere dall’altra , con l’intera panchina che accorre a festeggiare il primogenito, capocannoniere l’anno passato ed ora a raschiare il fondo del barile. Campane a far festa e Sorrento sulla via del mare?? Non si direbbe, perché a scendere dalla barca sono i biancorossi, in attesa di far salire il settebello e questo proprio non ci pensa a vendersi per poco, cosicché su un traversone lungo , la coppia centrale la fa passare e dall’altra parte in diagonale, ci si infila il centravanti ospite che ferisce di spada e trafigge l’incolpevole Moreau. Così il pathos risale le schiene varesine e va a mettere ghiaccio senza tonico , con la bocca che per il vento si fa secca. E siccome i giovani non sanno attendere, il buon capitan Camisa lascia in braghe i compagni e si fa giustamente cacciare per bloccare un satanello che corre verso la porta. E il buon arbitro lascia tremare il pubblico per ben sette minuti, fino a che il nuovo entrato non decide di mettere a fondocampo una palla che il buon Diego avrebbe posizionato nella bolsa, ma tantè, di Lui c’è né uno solo e non gioca da un po’ di tempo….
A presto dal vostro uomo della Pampa, questa settimana la cabeza era impegnata….
Cambiando l'ordine, il risultato non cambia
Derby fra le vincitrici dei girono A e B della C2 targata 2008-09 , con grossi nomi fra le fila ospiti che rispondono ai nomi dell’eterno Chiesa in campo e dell’ex difensore della nazionale Torricelli seduto sulla panchina, freddo gelido e infuria la bufera, così avrebbe scritto Gianni Brera, ma non siamo a San Siro, ma nel più umile Franco Ossola di Varese per una partita che se fosse disputata a metà campionato sarebbe forse noiosa ed invece svolgendosi nella parte iniziale del girone di andata vede i contendenti gettare in campo orgoglio e spirito sanguigno.
I dubbi su una squadra giovane e ancora acerba si sciolgono in fretta con Sannino presentatosi a ben vivo ai bordi del campo dopo l’espulsione della settimana passata, che schiera i biancorossi con il modulo inglese 4-4-2 deciso a suonare la quinta sinfonia casalinga ed i varesini partono subito decisi dal primo minuto comandando il gioco e mostrando come la mentalità non si studia ma si dimostra. Il Figline fa il suo senza timori e si chiude ordinatamente lasciando Chiesa in mezzo al campo, bel abile nel muovere l’equipo da un’area all’altra, facendo girare la palla e respirando aria fresca sotto le Prealpi.
La perla nera Ebagua è ben marcato nella giungla difensiva dei figli dell’Arno ed attraversare il fiume richiede forza fisica e non punta di fioretto. Ma le armi varesine oggi non paiono ben affilate ed i cinghiali toscani pongono la testa ben oltre la tre quarti in punta di artiglio ed in un paio di occasioni, su punizione e dal limite dell’area, Chiesa dimostra che la categoria non è adeguata al suo livello e si accontenta di scaldare una squadra che non presenta grosse individualità mentre sulla schiena di Moreau passano scosse elettriche.
Alla ripresa del gioco il freddo pungente sembra invitare le squadre ad far trascorrere il tempo, aspettando di trovare rifugio nel caldo degli spogliatoi , ma sulla panchina del Varese si siede (cioè mai…) una tigre accecata, Sannino il saraceno , che impugnando l’asta avvelenata, cerca le alte vette della classifica matando le bestie della selva che si parano di fronte a lui ed oggi il nome che si trova opposto a lui lo porta a moduli spregiudicati fino ad arrivare alle quattro punte, togliendo il buon Zecchin, sempre più punto di riferimento in mezzo al campo ed inserendo prima Del sante e poi Momentè, che si rivelerà hombre del partido. Nonché al 41 al terzo calcio d’angolo, Martin non perse la cappa , ma inserì la spada nel burro della difesa toscana e giust’appunto Momentè va a prendere i tre punti e con lui un Varese che sempre più toglie le ragnatele lassù in alto e chissà , se la matematica non è un’opinione, ciascun addendo aiuta a sommare…
I dubbi su una squadra giovane e ancora acerba si sciolgono in fretta con Sannino presentatosi a ben vivo ai bordi del campo dopo l’espulsione della settimana passata, che schiera i biancorossi con il modulo inglese 4-4-2 deciso a suonare la quinta sinfonia casalinga ed i varesini partono subito decisi dal primo minuto comandando il gioco e mostrando come la mentalità non si studia ma si dimostra. Il Figline fa il suo senza timori e si chiude ordinatamente lasciando Chiesa in mezzo al campo, bel abile nel muovere l’equipo da un’area all’altra, facendo girare la palla e respirando aria fresca sotto le Prealpi.
La perla nera Ebagua è ben marcato nella giungla difensiva dei figli dell’Arno ed attraversare il fiume richiede forza fisica e non punta di fioretto. Ma le armi varesine oggi non paiono ben affilate ed i cinghiali toscani pongono la testa ben oltre la tre quarti in punta di artiglio ed in un paio di occasioni, su punizione e dal limite dell’area, Chiesa dimostra che la categoria non è adeguata al suo livello e si accontenta di scaldare una squadra che non presenta grosse individualità mentre sulla schiena di Moreau passano scosse elettriche.
Alla ripresa del gioco il freddo pungente sembra invitare le squadre ad far trascorrere il tempo, aspettando di trovare rifugio nel caldo degli spogliatoi , ma sulla panchina del Varese si siede (cioè mai…) una tigre accecata, Sannino il saraceno , che impugnando l’asta avvelenata, cerca le alte vette della classifica matando le bestie della selva che si parano di fronte a lui ed oggi il nome che si trova opposto a lui lo porta a moduli spregiudicati fino ad arrivare alle quattro punte, togliendo il buon Zecchin, sempre più punto di riferimento in mezzo al campo ed inserendo prima Del sante e poi Momentè, che si rivelerà hombre del partido. Nonché al 41 al terzo calcio d’angolo, Martin non perse la cappa , ma inserì la spada nel burro della difesa toscana e giust’appunto Momentè va a prendere i tre punti e con lui un Varese che sempre più toglie le ragnatele lassù in alto e chissà , se la matematica non è un’opinione, ciascun addendo aiuta a sommare…
L'ora del desinare
L’ora del desinare
Quando i cristiani si avvicinano al tavolo per pranzare, due squadre blasonate, cercando di ripercorre i fasti di un bel tempo che fu, si affrontano nell’arena di Masnago per la prima non della Scala, ma del massimo campionato di basket 2009-10 , aprendo la giornata delle spezzatino cestistico (che orribile) italiano. La neopromossa Varese (terribile parola ma sappiamo di chi furono le colpe) accoglie fra le calde braccia del suo meraviglioso pubblico l’alter ego del carro armato bancario Siena, ovvero Milano targata Armani; uno scontro subito difficile per il gruppo biancorosso delle prealpi, ma tant’è che bisogna affrontarle tutte prima o poi e solo il Destino dirà se il calendario fu tanto saggio od ostico.
Qualche piccolo vuoto sulle spalti in gradinata e nel parterre ma la curva è già piena e tradisce un poco l’entusiasmo per il ritorno nel basket che conta, poiché alla palla a due i gradi calorici sono ancora a livello di sopportazione.
L’asse colored Childress – Slay disegna geometrie in linea retta per facili pick and roll davanti ai bestioni lituani dell’Armani in sciopero bianco nella loro area e Varese mette avanti facilmente la testa ed anche le corna, sembrando un toro inferocito per le ferite causate dai picadores infilatisi nel tronco nella stagione disastrata della retrocessione.
Coach Bucchi ammira dunque i suoi come su una passerella, avanti e indietro senz’anima ma belli a vedersi impettiti nella loro divisa (solo per i varesini pero’..) ed il pubblico , svegliatosi di buon mattino, comincia a sorseggiare l’aperitivo di quello che sarà un pranzo di gala servito con guanti bianchi. Mentre la partita scorre , si arriva fino al più 10 per poi vedere il vantaggio ridursi fino allo scarto di un semplice canestro alla sirena del primo quarto con l’ala –centro del Tennessee (stato dove si producono anche altre cose buone) Slay già in doppia cifra mentre Galanda comincia a pagare dazio nell’agone come di fronte a Catilina il Censore. La panchina lunga di Milano permette ai vice campioni di rimanere incollati di misura, prendendo talvolta fiato, che invece fa suonare i pifferai prealpini, alzando al cielo note ritmate Slay – Morandais – Thomas.
Al suonar della campanella di metà giornata siamo allo scarti di soli 4 punti, un sorbetto ancora digeribile per l’Olimpia vista la fatica espressa nel gioco. Ma alla ripresa i milanesi non sono più impanati ed senza disegnare un Picasso passano a condurre facilmente a metà del terzo con Pillastrini che fa rischiarare le menti di Galanda e soci per quello che sarà la sonata decisiva. Un Passera non più uccello solitario e ben integrato in coppia con Randy permette a Varese di tornare sopra nel punteggio, grazie sempre ad uno Slay che percorre le highways meneghine in carrozza, diventando già mattacchione ed idolo della curva.
Nell’ultimo quarto Galanda va a sedersi per sempre e mentre la paura ed i soliti fantasmi si assiepano nel parterre, le dieci stelle varesine rischiarano il cielo e lasciano striscie nel cielo che solo le punture di Finlloy possono annebbiare. Finisce con la resa nell’arena di Milano, impotente di fronte ai giochi collettivi di Varese ed un piu’ sette che ora non dice nulla ma a maggio magari…….e ricordando che negli ultimi 12 confronti solo una volta il cielo ha sorriso a Varese (sappiamo chi fu l’artefice di cotanta gioia), è ora di sedersi a tavola, qualcuno pero’ (vedi alla voce Slay) ha già pranzato lautamente…..
Quando i cristiani si avvicinano al tavolo per pranzare, due squadre blasonate, cercando di ripercorre i fasti di un bel tempo che fu, si affrontano nell’arena di Masnago per la prima non della Scala, ma del massimo campionato di basket 2009-10 , aprendo la giornata delle spezzatino cestistico (che orribile) italiano. La neopromossa Varese (terribile parola ma sappiamo di chi furono le colpe) accoglie fra le calde braccia del suo meraviglioso pubblico l’alter ego del carro armato bancario Siena, ovvero Milano targata Armani; uno scontro subito difficile per il gruppo biancorosso delle prealpi, ma tant’è che bisogna affrontarle tutte prima o poi e solo il Destino dirà se il calendario fu tanto saggio od ostico.
Qualche piccolo vuoto sulle spalti in gradinata e nel parterre ma la curva è già piena e tradisce un poco l’entusiasmo per il ritorno nel basket che conta, poiché alla palla a due i gradi calorici sono ancora a livello di sopportazione.
L’asse colored Childress – Slay disegna geometrie in linea retta per facili pick and roll davanti ai bestioni lituani dell’Armani in sciopero bianco nella loro area e Varese mette avanti facilmente la testa ed anche le corna, sembrando un toro inferocito per le ferite causate dai picadores infilatisi nel tronco nella stagione disastrata della retrocessione.
Coach Bucchi ammira dunque i suoi come su una passerella, avanti e indietro senz’anima ma belli a vedersi impettiti nella loro divisa (solo per i varesini pero’..) ed il pubblico , svegliatosi di buon mattino, comincia a sorseggiare l’aperitivo di quello che sarà un pranzo di gala servito con guanti bianchi. Mentre la partita scorre , si arriva fino al più 10 per poi vedere il vantaggio ridursi fino allo scarto di un semplice canestro alla sirena del primo quarto con l’ala –centro del Tennessee (stato dove si producono anche altre cose buone) Slay già in doppia cifra mentre Galanda comincia a pagare dazio nell’agone come di fronte a Catilina il Censore. La panchina lunga di Milano permette ai vice campioni di rimanere incollati di misura, prendendo talvolta fiato, che invece fa suonare i pifferai prealpini, alzando al cielo note ritmate Slay – Morandais – Thomas.
Al suonar della campanella di metà giornata siamo allo scarti di soli 4 punti, un sorbetto ancora digeribile per l’Olimpia vista la fatica espressa nel gioco. Ma alla ripresa i milanesi non sono più impanati ed senza disegnare un Picasso passano a condurre facilmente a metà del terzo con Pillastrini che fa rischiarare le menti di Galanda e soci per quello che sarà la sonata decisiva. Un Passera non più uccello solitario e ben integrato in coppia con Randy permette a Varese di tornare sopra nel punteggio, grazie sempre ad uno Slay che percorre le highways meneghine in carrozza, diventando già mattacchione ed idolo della curva.
Nell’ultimo quarto Galanda va a sedersi per sempre e mentre la paura ed i soliti fantasmi si assiepano nel parterre, le dieci stelle varesine rischiarano il cielo e lasciano striscie nel cielo che solo le punture di Finlloy possono annebbiare. Finisce con la resa nell’arena di Milano, impotente di fronte ai giochi collettivi di Varese ed un piu’ sette che ora non dice nulla ma a maggio magari…….e ricordando che negli ultimi 12 confronti solo una volta il cielo ha sorriso a Varese (sappiamo chi fu l’artefice di cotanta gioia), è ora di sedersi a tavola, qualcuno pero’ (vedi alla voce Slay) ha già pranzato lautamente…..
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